Zelensky tira fuori dal mazzo le sue nuove carte da miracolo diplomatico

Zelensky tira fuori dal mazzo le sue nuove carte da miracolo diplomatico

Il “signor Zelensky” e non il “capo di una banda di neonazisti”, “leader del regime illegittimo di Kyiv”, “neonazista” o addirittura “comico”. Che novità incredibile! Considerando la superstizione quasi religiosa di Vladimir Putin nel non nominare mai direttamente i suoi odiatissimi nemici, questa improvvisa scelta di menzionare Zelensky, e di farlo addirittura nel contesto di una possibile faccia a faccia, ha tutta l’aria di un cambiamento d’umore mosso più dal bisogno che da convinzione. Dopotutto, una guerra “che sta andando verso la conclusione” suona molto più rassicurante di una guerra infinita, no?

È vero, come hanno sottolineato sia commentatori ucraini che russi, che il dittatore russo fondamentalmente non ha detto nulla di nuovo: vuole che l’Ucraina molli il Donbas, è disposto a incontrare Zelensky solo nella sua sala giochi di Mosca, e promette di spingersi fino alla Polonia. Ma la vera chicca sta nel modo in cui ha pronunciato queste minacce, in particolare subito dopo la parata più patetica (in termini numerici) mai vista nella Piazza Rossa. Forse tutto questo è più che un semplice teatrino: potrebbe essere un vero e proprio messaggio cifrato.

Zelensky, con la sensibilità di chi conosce la dinamica del potere, ha colto l’occasione al volo dichiarando:

“Putin è finalmente pronto a incontri veri, l’abbiamo spinto un po’ in quella direzione.”

Tutto questo mentre i droni di Kyiv facevano visita nel cuore della Russia, sospesi soltanto durante i tre giorni di celebrazioni russe, dopo un’intercessione oltreoceano. Tradotto: la pace fa da sfondo solo a spettacoli di regime e propaganda, ma la guerra reale continua a bussare sgradita dietro le quinte.

Gioco di potere sulla pelle della Russia

Al momento Volodymyr Zelensky si atteggia, con giusta presunzione, a chi “ha le carte in mano”. Ricordiamo bene quando, poco più di un anno fa, Donald Trump tentava goffamente di convincerlo, dall’ovale dello Studio Ovale, a mollare tutto con metafore da poker degne di un dilettante. Ora, invece, l’Ucraina tira fuori assi di precisione chirurgica che hanno messo a nudo l’umiliazione pubblica più cocente della vita di Putin: dover chiedere una tregua ai nemici (americani e ucraini) solo per poter fare la sua parata.

Quel bizzarro decreto con cui Zelensky ha concesso “la grazia” alla piazza Rossa, promettendo di riprendere i raid se la tregua venisse violata, segna un cambio di paradigma mediatico: il solito aggredito diventa manager della situazione e dettatore delle condizioni. Sul piano dell’immagine, che per un regime chiaramente centrato sulla figura del leader è vitale, la partita è stata vinta con un ko tecnico dal presidente ucraino. A suggellare la disfatta del Cremlino, la decisione senza precedenti – per “motivi di sicurezza”, manco fossero attesi i barbari – di cancellare i fuochi d’artificio che da 50 anni chiudevano i festeggiamenti del Giorno della Vittoria a Mosca.

Il ritratto che ne esce è quello di uno zar insicuro e terrorizzato, la cui immagine pubblica vacilla più dei propri confini. Così paura fa anche ammettere quei timori sotto forma di dichiarazioni pubbliche, uno spettacolo di fragilità di cui nessuno avrebbe voluto essere spettatore.

Ma basta con le chiacchiere sterilemente simboliche, passiamo ai fatti: lo stallo della Russia al fronte, il rallentamento economico e le difficoltà interne sono le “carte” reali che pesano sul tavolo di Putin. Persino il diretto interessato non si nasconde più dietro il dito, ammettendo che oggi l’Ucraina si trova “nella situazione migliore” degli ultimi tempi, se non addirittura degli ultimi anni.

Una miscela di resistenza eroica, sanzioni internazionali infallibili e aiuti della comunità europea che sembrano finalmente mettere qualche peso sulla bilancia di Kyiv. E qui arriva la parte più gustosa: proprio mentre resistere appare meno complicato del compromesso, si staglia la vera sfida per Zelensky. Avere la meglio su una situazione così instabile, mentre Trump fa il turista da qualche altra parte e Putin cerca disperatamente di salvare i brandelli di consenso, potrebbe trasformarsi rapidamente in un’opportunità da perdere.

La vera sfida non è solo saper giocare le proprie carte, ma leggere con intelligenza quelle di Mosca. Tra le urla degli estremisti falchi del Cremlino che vogliono escalation e le apparenti aperture negoziali di Putin, si nasconde forse un bluff degno del miglior gioco di prestigio politico. Chi saprà vedere oltre la maschera? Vista la posta in gioco, è meglio non sbagliare la lettura.

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