Questa volta non è solo un sospetto o un pettegolezzo da corridoio universitario, ma è scritto nero su bianco nel bilancio fresco fresco, approvato solo qualche settimana fa da Università di Milano: il tanto decantato mondo accademico è in seria crisi. Ma non stiamo parlando di un’università qualunque; Unimi, peraltro una delle più prestigiose e invidiate, si ritrova con i conti del 2025 tutti in rosso, un vero capolavoro di inefficienza contabile.
Come si spiega un simile disastro? Beh, semplicemente con la classica formula dell’epoca moderna: le spese sono lievitate, i ricavi sono rimasti al palo e quei generosi fondi governativi che dovevano salvare la baracca? Beh, si sono volatilizzati, come d’incanto. Insomma, è stato come fare un picnic sotto la pioggia: tutto bagnato e nessun riparo.
Ecco quindi che i dirigenti dell’ateneo si ritrovano a dover spiegare perché, per finanziare laboratori ipertecnologici, stipendi e forse qualche festa di laurea troppo sfarzosa, i conti non tornano più. Chissà se qualcuno penserà a chiedere a quei dipartimenti superflui o ai superstipendiati del management cosa ne pensano.
Un modello di gestione da manuale di tragicommedia
Il capolavoro di Unimi non è un fatto isolato, ma è esemplare del genere di gestione pubblica che fa sospirare. Invece di modernizzare la macchina amministrativa o di attrarre fondi con qualche progetto scientifico interessante e remunerativo, l’ateneo ha preferito dedicarsi ad uno sport molto in voga: aumentare le spese senza alcun criterio economico. Qualsiasi azienda sana sarebbe già fallita da un pezzo, ma nel caso delle università si continua imperterriti, forse contando sull’infinita pazienza di contribuenti illuminati.
E poi arriva puntuale la richiesta al governo di qualche altro milione da stanziare urgentemente, per non far sloggiare professori e studenti. Peccato che i soldi pubblici non crescano sugli alberi, anzi, a volte sono pure sfruttati male. Ma chiudere in perdita? Mai sentirlo nominare negli annunci ufficiali.
In cerca di soluzioni o di capri espiatori?
Di fronte a questa débacle, ci si aspetterebbe una volontà ferrea di riforme, di tagli netti, di riorganizzazione intelligente. Invece no: si fa quel che si può, e soprattutto quel che conviene. Tra conferenze accademiche dal costo astronomico e iniziative fumose da finanziare, il denaro pubblico si disperde come acqua tra le dita. Qualcuno ipotizza addirittura di introdurre nuovi balzelli per studenti e famiglie, giusto per far capire che il problema si può risolvere aumentando ancora il carico.
D’altra parte, quale università ha il coraggio di scuotere davvero il sistema? Meglio fare la vittima sacrificale, lamentarsi pubblicamente e tornare a bussare alle porte di ministeri sempre più intasati. È più comodo che andare a fondo sul perché i fondi finiscono in modo così melodrammatico senza alcun miglioramento tangibile dell’offerta formativa.
Così, tra un deficit annunciato e una promessa di salvataggio, la sceneggiata dell’istruzione pubblica italiana continua a fare ridere – o piangere, a seconda del punto di vista – gli osservatori meno ingenui.



