Unilever blocca le assunzioni mondiali perché la guerra Usa-Iran rende tutto troppo semplice

Unilever blocca le assunzioni mondiali perché la guerra Usa-Iran rende tutto troppo semplice

Ah, Unilever, il gigante globale dei beni di consumo, ha deciso di fare quello che ogni azienda sotto pressione chiama con eleganza «pausa nel reclutamento». Tradotto in lingua umana: nessun nuovo assunto per almeno tre mesi. Ma non è una scelta casuale, attenzione, è una risposta ai «significativi problemi» che il conflitto in Medio Oriente sta generando. Per chi non avesse ancora capito, la guerra in quella regione non è solo una brutta notizia per la geopolitica, ma anche un fastidio di quelli seri per chi vende saponi, cibo e deodoranti.

Unilever, la casa madre di marchi come Dove, Axe, Comfort e Hellmann’s, ha inviato un memorandumo interno a tutto il personale – che probabilmente non stava aspettando altro – annunciando una congelata totale delle assunzioni. Pare che non sia una semplice questione di tira e molla, ma una decisione motivata da «realtà macroeconomiche e geopolitiche», ovvero dalla sfavillante combinazione di salari da pagare e petrolio che schizza alle stelle a causa della guerra. Qualcuno l’ha definita pure una «sfida significativa» per i prossimi mesi, così, per non lasciare nulla all’immaginazione.

Fabian Garcia, presidente della divisione personal care di Unilever, si è sbilanciato tirando fuori la cartuccia di sintesi perfetta: la paesaggistica da guerra in Medio Oriente si riflette nei conti aziendali, e quindi niente nuovi assunti. A chi gli chiedesse se magari si potesse rimediare, ha prontamente risposto che la azienda rimane «agile» – ovvero, pronta a fare marcia indietro se la tempesta si placherà. Ma non ci scommetteremmo troppo.

Unilever impiega attualmente 96.000 anime sparse in 190 nazioni, con un impero che copre dai cosmetici alla cura della casa, dal cibo al benessere. L’azienda aveva già deciso nel 2024 di tagliare costi per 800 milioni di euro, cosa che includeva la riduzione di 7.500 posti a ufficio. Erano riusciti a risparmiare 670 milioni entro fine 2025 e puntano a incorporare altri 130 milioni nel 2026. Un bel messaggino a chi crede ancora che lucrare su shampoo e maionese non sia un lavoro stressante.

Le conseguenze del conflitto USA-Iran sulla vita quotidiana

La guerra tra USA e Iran, partita come un incubo il 28 febbraio, ha fatto andare l’oro nero sopra quota 100 dollari al barile. Carboni ardenti per i prezzi della benzina, e un effetto domino che ha messo in fibrillazione tutto l’inflazione sui consumi: dal cibo trasportato nell’auto all’alito fresco garantito da certi deodoranti. Non a caso, le compagnie aeree sono tra le prime a piangere lacrime di coccodrillo, con il prezzo del carburante per jet che è salito del 103% in un mese. Un sogno per il settore ma una tragedia per i bagagli e i portafogli.

Le compagnie low cost, quelle che fino a ieri facevano festa grazie a tariffe stracciate, oggi si trovano col cerino in mano: il carburante è caro e non c’è rimedio se non aumentare i prezzi o perdere soldi. Invito alla danza della morte economica per i consumatori, che osservano l’ascesa dei prezzi con il palmo della mano su fronte.

Inflazione e catena di approvvigionamento: un connubio perfetto per aumenti stellari

Non finisce qui, se pensate che solo gli aerei siano colpiti. I giganti del retail nei paesi anglosassoni come Next e H&M si sono pure avventurati in previsioni apocalittiche: se la guerra in Medio Oriente non si placa, preparatevi a sacchetti della spesa più leggeri e prezzi più alti. Per chi ama le sorprese al supermercato, una bella dose di emozione in più.

Il problema si estende anche alla produzione alimentare globale, visto che più di un terzo del fertilizzante mondiale deve transitare dallo Stretto di Hormuz, quel piccolo angolo di mare che improvvisamente è diventato il collo di bottiglia di chi vuole coltivare pomodori e cereali. Con i fertilizzanti che diventano più cari, anche i prezzi del cibo puntano in alto, affamando ulteriormente la già fragile pazienza dei consumatori.

I più ottimisti dicono che tutto questo porterà inevitabilmente a un aumento dell’inflazione nei prossimi mesi, come se non ne avessimo abbastanza. Quindi, mentre voi vi chiedete come giustificare al partner quel carrello più vuoto ma più caro, ricordate: la colpa è del turbolento Medio Oriente e di un conflitto che sposta più cose dei soli carri armati.

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