Turismo e rigenerazione urbana la ricetta miracolosa che dovrebbe far decollare la Capitale e risvegliare i territori dormienti

Turismo e rigenerazione urbana la ricetta miracolosa che dovrebbe far decollare la Capitale e risvegliare i territori dormienti
Roma, nel quartiere San Lorenzo che tutto è tranne che un santuario del silenzio, si è tenuto il glorioso quarto episodio del ciclo “UNITalk – Strategie per l’attrattività”. Sponsor d’onore? La brillante Sezione Industria del Turismo e del Tempo libero di Unindustria, ovviamente. Tema del giorno: “Turismo, impatto rigenerativo e crescita dei territori”. Sì, avete capito bene, un convegno dove si parla di come il turismo possa salvare il mondo, o almeno le aree più martoriate.

Il tutto si è svolto nella cornice avveniristica di The Social Hub, che suona un po’ come un happening hipster più che un centro di riflessione economica. Come se mettere insieme parole altisonanti come “impatto rigenerativo” potesse magicamente risolvere il problema di un turismo che, spesso, è la prima causa di soffocamento ambientale e sociale dei territori.

Il Politicamente Corretto del Talk

Quanto può essere rivoluzionaria una discussione all’interno del circuito industriale sul turismo? Apparentemente, parecchio. Nel parterre, trovavano posto trionfanti manager, amministratori e qualche sparuto rappresentante degli enti locali, tutti pronti a tessere lodi dell’”economia rigenerativa” che – ovviamente – dovrebbe portare beneficio a tutto il territorio. Nell’immancabile linguaggio da convegno, si è celebrato il miracolo della crescita sostenibile, senza spiegare però come, nella pratica, questa illusoria crescita non diventi altro che un’ulteriore forma di sfruttamento.

E poi ci sono le parole magiche, che devono servire a tranquillizzare il pubblico: “collaborazione”, “inclusività”, “valorizzazione del patrimonio locale”. Peccato che, nella realtà dei fatti, queste belle frasi spesso significhino poco più che riempirsi le tasche sfruttando la chiamata turistica più o meno selvaggia.

Quando la Sostenibilità Diventa un Vessillo da Sbattere Ovunque

Il mantra della sostenibilità torna ossessivamente, con la promessa che il turismo possa diventare “motore di rigenerazione” e non solo un elemento di consumo sfrenato delle risorse di un territorio. Come se bastasse varare qualche carta strategica o creare qualche tavolo per salvare dalle grinfie del turismo mordi e fuggi città e paesini alle prese con l’overturismo.

Ma facciamoci due domande: quanto di questo chiasso intorno ai termini “rigenerazione” e “sviluppo sostenibile” è realmente efficace? Oppure serve soltanto a coccolare quei dirigenti che, mentre discettano di “valorizzazione integrata del territorio”, continuano a inanellare progetti poco più che speculazioni mascherate da piani di rilancio?

Il Paradosso dei Paladini del Turismo Responsabile

Sorprende anche l’attenzione per il cosiddetto “turismo rigenerativo”, che suona tanto bene nelle conferenze ma meno nei numeri reali. Un turismo che dovrebbe restituire valore ai territori invece spesso si traduce in aumento dei prezzi, controproducenti pressioni urbanistiche sui centri storici e inesorabile spopolamento delle aree meno centrali.

Insomma, quella narrazione zuccherosa che dipinge il turismo come “salvatore” si scontra con l’assodata verità che, senza una reale pianificazione e un cambio culturale profondo, i territori finiscono schiacciati dal peso stesso del turismo che devono ospitare.

Al festival delle contraddizioni, non potevano mancare gli slogan tipo “un turismo che rigenera valorizzando cultura e ambiente”, spesso strombazzati da chi, guarda caso, predilige grandi eventi, numeri a raffica e grande afflusso in poco tempo, senza curarsi troppo di ciò che resta dopo.

Conclusioni o il Solito Evangelismo da Palco

Il cocktail insomma è sempre lo stesso: tanti bei discorsi, progettualità a metà tra il salvifico e il fuffa, qualche impegno pilatesco a favore delle comunità locali e tanta retorica sulla “economia rigenerativa”.

Ci si lascia con la sensazione che il turismo, con tutti i suoi problemi e potenzialità, resti soprattutto un business da cavalcare – magari confondendolo con l’innovazione e la sostenibilità – purché non si tocchino gli interessi consolidati.

Il tout court? Ancora molti annunci per pochi fatti, in un panorama dove l’entusiasmo – indotto da eventi come questo – rischia di diventare la migliore maschera per nascondere le lacune più profonde di un settore che avrebbe bisogno soprattutto di onestà intellettuale.

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