Sventola la bandiera iraniana mentre le navi rimangono ancorate nello Stretto di Hormuz vicino all’Isola di Larak, ovviamente senza poter passare. Nel 2026, mentre il mondo intero aspetta il prossimo capitolo della celebre soap opera “Guerra nel Golfo,” Stati Uniti e Iran fingono di fare piccoli passi avanti nei loro eterni negoziati per porre fine al conflitto. Peccato però che, come sempre, il nodo gordiano resti la scorta di uranio arricchito di Teheran e, ovviamente, i pedaggi da riscuotere sul mitico punto di passaggio strategico più conteso del mondo: lo Stretto di Hormuz.
Marco Rubio, segretario di Stato a stelle e strisce, ha gettato un po’ di fumo negli occhi parlando di “buoni segnali” per un accordo di pace imminente. Ovviamente, non si è dimenticato di agitare lo spettro di possibili alternative, meno pacifiche, se l’Iran dovesse pensare di imporre un pedaggio permanente sulle rotte marittime dello stretto.
“Nessuno nel mondo è a favore di un sistema di pedaggi,” ha affermato Rubio con la solita faccia tosta. “Non può succedere, sarebbe inaccettabile.” E se la cosa non vi convince, aggiunge laconicamente: “Se non otteniamo un buon accordo, il presidente ha altre opzioni.” Poi si è guardato bene dal spiegare quali siano queste ‘opzioni’. Mistero fitto, naturalmente.
I diplomatici iraniani, nel frattempo, si stanno ancora sforzando di digerire l’ultima brillante proposta americana, considerata – almeno a parole – come un mezzo passo verso la pace. L’ISNA, agenzia semi-ufficiale, ci ha rivelato che sì, il divario si è “un po’” ridotto, a patto però che Washington abbandoni la sua tentazione bellica. Che gentili.
Quel simpatico sistema di pedaggi nello Stretto di Hormuz
Nel frattempo, i negoziati arrancano allegramente tra un blocco navale e un altro. Lo Stretto è bloccato da Teheran (chi ha detto grattacapi commerciali?), mentre Washington risponde con un blocco altrettanto entusiasta sui porti iraniani. E, per rendere il tutto più colorito, è spuntato l’interesse – udite udite – di Oman, alleato americano, nel collaborare con l’Iran per un sistema di pedaggi. Sì, avete letto bene: una specie di ticket all’ingresso marittimo.
Il presidente americano Donald Trump, mai uomo di mezze misure, ha liquidato l’idea con un elegantissimo “No, grazie, noi controlliamo tutto il traffico dello Stretto come padroni di casa.” Spiegando che lo Stretto di Hormuz deve rimanere “aperto e libero,” perché si sa: tutto ciò che è “internazionale” deve essere gratis… perché pagare? Lo ribadiva ai giornalisti, forse aspettandosi applausi scroscianti.
Nel frattempo, una nave resta al suo posto, ferma e in attesa che la diplomazia o forse un miracolo decida del suo destino. Ricordiamo che lo Stretto di Hormuz, separando Oman dall’Iran, rimane uno dei luoghi più ambiti per il petrolio: ben il 20% del petrolio e gas naturale liquefatto del mondo passa da lì. Ma niente, da quando sono partiti gli attacchi aerei coordinati tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio, il traffico marittimo è praticamente in coma.
Uranio arricchito: la ciliegina sulla pace impossibile
E non dimentichiamo la più grande grana: la scorta di uranio arricchito iraniano. Il Presidente USA non si fa scrupoli a richiederne la restituzione, certo che quell’uranio finirà a costruire la madre di tutte le bombe. L’Iran, imperterrito, risponde che l’uranio serve a ben altri scopi, più pacifici (ovvio, come no).
In segno di coerenza, Ayatollah Mojtaba Khamenei, la massima autorità religiosa di Teheran, ha ordinato che quel prezioso materiale quasi da arma non lasci affatto il paese. Non si scherza con la sicurezza nazionale, d’altronde.
Sul versante militare, mentre tutto tace diplomaticamente, la CENTCOM americana ci tiene a informarci tramite i social che il portaerei USS Abraham Lincoln e il suo gruppo da battaglia stanno mantenendo un “picco di prontezza” nel Mar Arabico, giusto per sottolineare che la “blockade” contro i porti iraniani continua come da manuale.
Come ultima nota comica, Asim Munir, capo dell’esercito pakistano, ha fatto un salto nella capitale iraniana per partecipare ad alcuni dialoghi di mediazione tra Washington e Teheran. Chissà, magari un giorno vedremo finalmente la pace. Oppure, più probabilmente, avremo altro pane per i nostri denti nei prossimi mesi.



