Don Ciotti saluta Carlo Petrini L’amico che sfidava il mondo senza perdere il sorriso

Don Ciotti saluta Carlo Petrini L’amico che sfidava il mondo senza perdere il sorriso

«Carlo è stato un visionario, si dice, un costruttore di relazioni, progetti e riflessioni. Ma alla fine, per chi lo conosceva, era soprattutto un amico. E qui viene il bello: due qualità che, a quanto pare, lo contraddistinsero sempre furono la sua capacità di remare controcorrente e la fedeltà incrollabile alle buone idee. O meglio, una filosofia della lentezza e della prossimità nel momento esatto in cui il mondo stava divorando i consumi globalizzati con furia. E poi, proprio lui che non aveva alcuna vocazione mistica, mostrava un’inconsueta fiducia quasi «spirituale» nel cibo, non solo come carburante per il corpo, ma come collante per lo spirito e le relazioni umane. In sintesi, un’epopea di buone intenzioni e ideali che facevano a pugni con i tempi frenetici del «mangia e corri».

Luigi Ciotti, presidente di Libera e Gruppo Abele, ha espresso così il suo commosso ricordo di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Terra Madre, scomparso nella sua casa di Bra a 76 anni: un uomo che ha incarnato l’antitesi di questo secolo veloce e consumista, dedicando la sua vita a una rivoluzione… lenta.

La lentezza come manifestazione di ribellione

Immaginate la faccia di Carlo mentre elaborava la sua filosofia della lentezza nel mezzo della bulimia consumistica globale. Un gesto quasi eretico in un mondo dove tutto è più veloce, più furbo, più usa e getta. Sì, proprio lui che ha lottato contro l’omologazione del gusto e la standardizzazione dell’alimentare, ha invece scelto di difendere la sapienza antica della lentezza e della cura. Ed è stupendo come questa sua «ribellione» avesse il sapore di un atto quasi spirituale, qualcosa che riguardava il nutrimento non solo del corpo, ma persino dello spirito e dei rapporti umani.

Che regalo esotico, vero? In un’epoca in cui siamo così ossessionati dal fare tutto in fretta che persino il cibo dev’essere consumato in 5 minuti durante il tragitto per l’ufficio, arriva Carlo a dirci che mangiare può, e deve, essere un’arte sociale e meditativa.

La politica del piatto: una rivoluzione che sa di utopia

Non era un credente in senso stretto, questo è vero — ma si è speso con una passione degna di un santone per difendere una verità più profonda: che attraverso le scelte alimentari si può, addirittura, cambiare la politica. Tenetevi forte, sembra un peauladesca apocalisse, ma in fondo non è altro che un’idea spiazzante quanto affascinante: utilizzare il cibo e i suoi meccanismi per provocare un mutamento nel modo in cui concepiamo la società. C’è da ammirare il coraggio, a livello globale, di provare a fare politica con il semplice atto di scegliere cosa mettere nel piatto.

Un sogno? Forse. Un’utopia? Probabilmente. Eppure, quanti di noi hanno mai riflettuto davvero sul potere racchiuso in quel boccone che inghiottiscono distrattamente? Carlo Petrini ci ha insegnato a farlo, con quella tenacia del contadino che sa che il vero cambiamento parte dal basso, dalla terra, dalle radici — non dalle poltrone dei palazzi.

In questo scenario, la sua morte non sembra tanto la fine di un’epoca, quanto un invito urgente a non mollare quella battaglia. Perché se anche solo una persona decidesse di rallentare il passo, scegliere il cibo con cura e riflettere sulle sue implicazioni sociali, allora forse la rivoluzione lenta di Carlo sarebbe già iniziata davvero.

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