Dal momento in cui l’operazione militare congiunta tra USA e Israele, iniziata a fine febbraio, ha riversato più di 3.000 missili e droni su Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Bahrain e Kuwait (numeri ufficiali forniti dal centrosinistra think tank Center for Strategic and International Studies, giusto per mantenere il contesto serio) i colloqui commerciali con queste startup europee hanno subito un’accelerazione spasmodica. I governi arabi sembrano quindi voler armare i propri eserciti con le ultime novità in fatto di intercettori di droni e missili, facendo pure impennare le assunzioni locali delle aziende fornitrici. Un panorama davvero romantico, da “venditori di sogni” hi-tech.
Appuntamento al tavolo dei giochi di guerra
Per non farsi mancare nulla, a inizio mese il governo britannico ha invitato una bella congrega di aziende del settore militare a incontrare ambasciatori e addetti alla difesa di Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Iraq e Giordania. Tema del giorno? Le “potenziali nuove attrezzature difensive e tecnologie” che le società britanniche potrebbero fornire a ritmo sostenuto agli alleati per contrastare gli ennesimi droni e missili iraniani. Siamo sempre molto prudenti quando si tratta di velocità delle forniture: non vorremmo mica che il nemico ci colga impreparati sul serio!
Fra i partecipanti, spiccano Frankenburg Technologies, giovane startup estone che produce missili intercettori di droni; la britannica Cambridge Aerospace, specializzata nello stesso settore; e la startup ucraino-britannica Uforce, impegnata nel mondo dei sistemi autonomi. Non proprio i soliti venditori di giochini da fiera.
Kusti Salm, CEO di Frankenburg, ha confidato a CNBC che le conversazioni commerciali con gli Stati del Golfo sono letteralmente decollate dall’inizio del conflitto iraniano. Attualmente l’azienda è in trattativa con svariati governi della regione per la fornitura dei propri sistemi, anche se misteriosamente evita di specificare quali. Probabilmente per misteri di stato o per aggiungere un po’ di suspense da agente segreto.
Afferma che il volume potenziale di ordini potrebbe raggiungere la cifra impressionante di migliaia di missili e che Frankenburg si sta dando da fare per rispettare un “programma di consegne accelerato”. Tradotto: servono ora, non domani sera.
Cambridge Aerospace, dal canto suo, non si è lasciata andare a commenti su eventuali negoziati o piani di raccolta fondi in Medio Oriente, ma non ha rinunciato a rivelare nell’ultimo settembre due nuovi interceptor per missili e droni. Uno pensato come soluzione “low cost e scalabile” per minacce da crociera e droni di dimensioni grandi, l’altro, più sofisticato, studiato per bersagli più veloci e preziosi. Insomma, un ventaglio perfetto per ogni budget e livello di paranoia.
Tra l’altro, poco tempo fa si vociferava che la società era in trattativa per un aumento di capitale con una valutazione che supererebbe il miliardo di dollari. British prosperity is booming!
La startup britannica Valarian, specializzata in infrastrutture digitali per usi delicati – inclusa la difesa –, prima del conflitto non aveva alcun contratto con i Paesi del Golfo, ma da quando le bombe hanno iniziato a cadere, gli inviti a parlarne si sono moltiplicati, racconta il CEO Max Buchan. Nessuno scherza più: adesso tutti vogliono il loro pezzo di tecnologia difensiva made in UK.
Gli amici del Golfo alzano il telefono
Oleg Rogynskyy, CEO di Uforce, ha esclamato a CNBC che la richiesta da parte degli Stati del Golfo è letteralmente “impazzita” da quando c’è la guerra iraniana. Uforce sta sviluppando tutta una serie di tecnologie difensive tra cui sistemi anti-UAS (Unmanned Aerial Systems), droni marittimi e d’attacco, nonché software per il campo di battaglia, praticamente il kit completo per un generale digitale.
“Riceviamo una montagna di richieste,” continua Rogynskyy. “I Paesi del Golfo ci chiamano per capire come realizzare operazioni su larga scala non con equipaggi umani, ma con robot e droni.” Tra queste c’è di tutto: intercettazione, bonifica da mine, attacchi mirati, scorte di convogli e pattugliamento marittimo. Ovviamente, un menù completo per chi vuole sentirsi al sicuro sul serio.
Uforce è già fornitore di tecnologia militare per le operazioni ucraine sul Mar Nero e, guarda un po’, le lezioni apprese da quel tragico teatro di guerra si applicano “direttamente” anche alla situazione iraniana, in tutte le sue sfaccettature tattiche e strategiche. Una sorta di “guerra 2.0” che si copia da sé.
“Stiamo vedendo lo stesso tipo di negazione marittima basata su mine e missili da parte iraniana che la Russia ha usato per bloccare le esportazioni ucraine di grano, inizialmente.”
In sostanza, ci troviamo davanti a uno scenario in cui l’innovazione militare europea si trasforma improvvisamente in arma da vendita rapida per alleati nervosi, mentre la turbolenza geopolitica alimenta la domanda di difesa quasi parossistica. Ma tranquilli, a tutto questo (e al business che ne consegue) ci pensa il libero mercato, giusto?
Rogynskyy, probabilmente stanco di avere solo una delegazione ucraina, ha annunciato che nei prossimi giorni sarà all’opera in Medio Oriente una squadra permanente da cinque a dieci persone. Naturalmente, l’assalto al reclutamento non si ferma qui.
Nel frattempo, Frankenburg, un’altra startup che notoriamente nel 2024 aveva zero dipendenti nella regione, ha deciso che è il momento di espandersi “significativamente” in Medio Oriente. Non che il Medio Oriente non fosse nei piani fin dall’inizio: era solo un dettaglio sul retro di un pizzino. Ma ora, con la guerra a pochi passi, le assunzioni diventano urgentissime e totalmente giustificate, almeno nelle riunioni aziendali.
Un settore in piena espansione, perché la paura fa fare soldi
Negli ultimi anni, le startup europee nel settore della tecnologia per la difesa hanno raccolto cifre da capogiro, quasi a voler dimostrare che la rincorsa agli armamenti digitali è l’affare del momento. Nel 2025, il settore ha incassato 1.8 miliardi di dollari, quasi il triplo rispetto all’anno record precedente. E il meglio deve ancora venire: nel 2026 sono già arrivati 854 milioni, mica noccioline.
Il Regno Unito e la Germania stanno dettando legge in questo revival bellico-tecnologico, mentre Francia e Ucraina non stanno certo a guardare e stanno costruendo startup sempre più ricche e “ben finanziate”. Insomma, il costume è cambiato: la guerra non è più soltanto sparare proiettili, ma buttare soldi nelle innovazioni e sperare che vendano come panini caldi.
I governi del Golfo restano col fiato sospeso
I governi di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sono stati “corteggiati” per un commento, perché ovviamente nessuno ci crede che tutto questo fermento sia solo una coincidenza. Il governo del Bahrain, invece, ha scelto la linea del silenzio, forse perché il rumore di fondo è già abbastanza assordante da quelle parti.
E così, come da copione, la guerra diventa carburante per l’industria tech della difesa. Più conflitti, più soldi da investire, più startup da finanziare, e alla fine un circolo vizioso che si autoalimenta con la precisione di un orologio svizzero, almeno fino a quando qualcuno decide che è ora di fare una pausa, ma per ora non sembra proprio il caso.



