La cerimonia della sestina finale dell’80º Premio Strega si è aperta nel solito modo: il sindaco di Benevento, Clemente Mastella, padrone di casa e re dell’occasione, ha preso la parola circondato dall’affetto reverenziale di un pubblico da anfiteatro romano, pronto a venerare ogni sua parola come un oracolo dimenticato. Il suo auspicio? Che gli scrittori si trasformino in un «guardrail contro l’intelligenza artificiale». Sì, avete capito bene: un guardrail, roba da non credere nemmeno nelle sceneggiature meno ispirate di certi film catastrofici. Un’immagine così elevata da spodestare facilmente la più barocca, quanto vuota, retorica di Stefano Coletta, che da buon conduttore Rai insiste, come ogni anno, nel farci sapere quanto ha studiato.
Dopo questa brillante introduzione, Mastella ha poi espresso il suo sogno – pardon, quello suo e di Nora Alberti – di far approdare la finalissima del Premio a Benevento, sottraendola ninfeamente al solito stagno romano. Per quest’anno, però, il gran finale è programmato al Campidoglio, una chicca istituzionale per ribadire il legame sacro tra il Premio, la Repubblica Italiana e la Costituzione – tutti e tre così coevi e compartecipi dei principi democratici post-fascisti… come se non lo sapessimo già.
Ma veniamo alle cose serie: i sei romanzetti selezionati dalla Fondazione Bellonci, con l’86% degli aventi diritto che ha preso parte al voto, sono una festa di numeri e paradossi. In cima si piazza Michele Mari con I convitati di pietra (Einaudi), che monopolizza 280 voti; subito dopo, a una distanza siderale, Matteo Nucci e il suo Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli) con 242 preferenze; con più distacco, Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani) a 195 voti; Teresa Ciabatti e la sua Donnaregina (Mondadori) con 184; Alcide Pierantozzi, l’outsider che si fa chiamare “lo sbilico” (Einaudi) con 170; e infine, ultima della lista ma non certo per importanza nei drammi editoriali, Elena Rui con Vedove di Camus (L’Orma) che raccoglie un degno 163 voti.
Fuori dalla festa rimane la povera Nadeesha Uyangoda, con Acqua sporca (Einaudi), esclusa per poco con 147 voti, nonostante avesse appena goduto del trionfo al Campiello Opera Prima. A sancire il suo destino sono state le gaffes infinite di chiunque abbia provato a pronunciare il suo nome: basta per pietà. Anche Coletta ne ha fatto una questione di cuore – o meglio, di lingua – implorando clemenza davanti a un pubblico che, lo sappiamo bene, è già scettico sulle lingue straniere e ancor di più sui cognomi “impronunciabili”. Ovviamente, questa gag involontaria funzionerebbe da specchio: una forma di razzismo senza malizia, o se preferite, la maniera più elegante per dire “Non ci rompete le scatole con le diversità.” Perfetto per creare quel clima di complicità tra tutti i benpensanti disorientati dall’integrazione culturale.
La selezione finale, però, non riserva sorprese davvero sconvolgenti. Mari si conferma il grande favorito, come ogni anno. L’idea di un testa a testa epico con Pierantozzi sembra più una fantasia romantica che una realtà possibile – la differenza tra 280 e 170 voti non è proprio un semplice dettaglio trascurabile, come nemmeno la presenza di voti più sparsi per gli altri contendenti.
Ma si sa, in queste gare letterarie ogni tanto spunta l’imprevisto. Immaginate la sfida tra il maestro amato da tutti e l’outsider, titolo che quest’ultimo detesta e trova un vezzo fastidioso, quasi offensivo, come ha dichiarato di recente a un quotidiano. «Una parola che odio, che mi mette a disagio. Mi dà l’idea di voler sottolineare non solo la mia “diversità” ma anche la mia presunta follia». Una sfida che, oltre a un pezzo di vanità editoriale, racconterebbe due storie: quella di un inasprirsi dell’animo con l’età e quella di un potere della mente che si rivela come un nemico crudele in una malattia psichica. E quale metafora migliore per rappresentare le guerre generazionali di questo Paese, quelle “culture della guerra” che siamo sempre così “fortunati” da poter permetterci di vivere.
Ovviamente, il diavolo si nasconde nei dettagli editoriali. Entrambi questi autori sono firmati da Einaudi, che sembra gradire particolarmente la formula della finale targata casa editrice. Ma non credete che sia solo questione di qualità letteraria. Se l’anno scorso Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol (Terrarossa) ha fatto scalpore, pare che quest’anno Einaudi abbia già steso un contratto per la deliziosa Elena Rui, l’ultima della classifica, dimostrando una strategia che unisce fidelizzazione e marketing. Perché in fondo un finalista allo Strega è, presumibilmente, una miniera d’oro in termini di vendite – non che sia garantito, ma è sempre bello illudersi.
Meglio annotare invece la sorpresa del secondo posto, conquistato da Matteo Nucci. Chi avrebbe potuto immaginarlo? Eppure, Platone. Una storia d’amore pare proprio il libro che ha saputo guadagnarsi quel riconoscimento, sfaldando qualche pronostico di comodo. Lo Strega si conferma così quell’arena in cui, anche tra mille paradossi e tatticismi, ogni tanto lo sguardo sul nuovo – o su ciò che meno si aspetta – riesce a farsi spazio.
Bentornati nel mondo incantato della letteratura impegnata, dove la penna non è più solo pennello per dipingere storie personali, ma spada affilata per decapitare verità scomode. Proprio così, la scrittrice Melania Mazzucco, detentrice del ruolo prestigioso di direttrice del comitato scientifico di un premio letterario di grande lustro, ha spiegato con piglio solenne come il tema centrale di quest’anno sia una specie di riscatto epocale: il ritorno alla scrittura come arma di denuncia sociale, abbandonando quel fastidioso vezzo dell’autofiction a favore di un impegno gravato di responsabilità, mica una semplice ostentazione di moralismo da quattro soldi.
E chi altro poteva poi incarnare questa svolta se non Nucci, autore che si premura di indossare una maglietta bianca con la scritta emblematicamente “Nessuno” accanto a braccialetti con i colori della Palestina – giusto per non farci dimenticare che, nel mondo della cultura, la coerenza è un optional. Prima che i soliti dandy moralisti si smuovano, un piccolo promemoria: persino il ministro Giuli ha sfilato con i colori palestinesi al festival di Venezia, e quindi niente drammi, grazie.
Nucci ci tiene a chiarire, in un’intervista rilasciata a La Stampa, che per lui esporsi non è un obbligo, ma una sorta di sacro dovere, soprattutto in tempi in cui la Storia – con la maiuscola e tutto il resto – bussa impaziente alla porta.
Nucci ha detto:
“Il Platone del mio libro è colui che ha dedicato quasi tutta la vita all’ideazione della città giusta. E nel mito della caverna è chiaro: chi vede la luce del sole deve tornare indietro per denunciare agli altri la loro menzogna e dimostrare che esiste un mondo diverso.”
Naturalmente, Nucci è stato l’unico tra i candidati a nominare esplicitamente il genocidio di Gaza. Touché. Poi c’è il sempre ponderato e misterioso Michele Mari, che rosa di saggezza, ci spiega che la letteratura fa il suo dovere di cambiamento solo dopo decenni, in modalità “tempo reale rallentato”. Non subito, eh? Perché la realtà ha bisogno di respirare e di filtro, come il vino buono che tutti sognano nei calici di questa dozzina di presunti eroi delle lettere.
Quanto a Mari, ha scritto Convitati di pietra in un mese – e non stiamo facendo satira – cosa che ha suscitato un laconico “Interessante!” da parte di Coletta, pronunciato con una malizia che definire accennata è un eufemismo. Il romanzo nasce da una vecchia fotografia in bianco e nero dei compagni di scuola, che ha turbato la sua mente fino a rivelare l’unica verità amara di ogni vita: per ogni legame che si crea, ce ne sono decine che si disfano, e la tristezza è l’unico compagno fedele del tempo.
Il gioco dell’identità sembra essere la moda di stagione. Pierantozzi si fa a pezzi da solo nelle pagine, per dimostrare chissà quale sublime lezione: “Il vero protagonista del racconto non sono io”. Umiltà o autocelebrazione? Lasciamo scegliere a voi. Poi c’è Ciabatti, che ha scritto uno scambio epico tra una giornalista coraggiosa e il boss di mafia pentito Beppe Misso. Un intreccio che rompe le regole giornalistiche come un gabbiano in un giorno di tempesta: inconsapevolezza ed estraneità diventano la chiave per entrare nel cuore dell’altro. Fascinoso, no?
Ma attenzione, il colpo di scena arriva con la cancellazione a sorpresa dei romanzi di punta di La Nave di Teseo, ovvero L’invenzione del colore di Christian Raimo e Lina e il sasso di Mauro Covacich. Due opere acclamate, supportate da critica, sponsor e – neanche a dirlo – da una casa editrice con i controfiocchi. Eppure, fuori dalla selezione. Misteri di questa splendida giuria che ci fa sempre sognare.
Christian Raimo ha sintetizzato così la trama del premio edizione 2024:
“Se lo scorso anno ha trionfato un romanzo incentrato su una storia intima e familiare come quello di Bajani, quest’anno la narrativa sembra voler raccontare invece l’amore e le relazioni secondo una dimensione pubblica e collettiva. Con un cenno anche al dialogo tra arte e altre forme espressive.”
Tra vino buono e mestieri da rivoluzionari
Questa – ci dice la grande voce di Melania Mazzucco – è l’essenza della nuova dozzina: qualità letteraria eccelsa, ritrovata fierezza del mestiere dello scrivere, e soprattutto una consapevolezza che la letteratura può e deve essere uno strumento per cambiare il mondo. Scordatevi l’artista bohemien che dissolve nella propria estraneità: gli scrittori di oggi hanno fatto il loro corso. Ora si sentono in dovere di assumersi responsabilità, non per politica o schieramenti, ma semplicemente perché ormai è impensabile fare finta di niente.
E naturalmente, avere questa consapevolezza non significa che ogni pagina debba diventare un manifesto di virtù morale. No, per carità. Ma facciamo finta di crederci, così sembra che si stia facendo qualcosa di importante. E questo è già un successo.



