Ah, quel glorioso futuro della mobilità in cui un semplice concessionario d’auto non basta più. Ormai, come da copione, bisogna trasformarsi in un vero e proprio centro di comando, un “hub” – perché no, suona molto più alla moda – dove si concentrano tutte le “soluzioni” di transporto e magari anche un angolo ristoro per accompagnare l’attesa infinita di un test drive.
Non si tratta più di vendere quattro ruote e una garanzia (spesso più teorica che reale), ma di offrire un’esperienza olistica, una cattedrale della mobilità che, naturalmente, si presenta come la panacea di tutti i mali urbani: dalle emissioni alle code interminabili, dalla noia del traffico agli scooter che ti sfrecciano tra i piedi.
Ovviamente, tutto questo grande progetto ha un aroma tecnologico inconfondibile. Ecco che spuntano le colonnine di ricarica elettrica più sofisticate, le app per organizzare car sharing, bike sharing e magari persino qualche monopattino da noleggiare – perché ormai non c’è più spazio per un parcheggio privato, ma solo per mille forme diverse di micromobilità autogestita.
Ah, ma non basta: il concessionario, pardon l’hub, deve saper fare da punto di riferimento per tutte le novità legislative, incentivi statali, bonus ecologici e magari qualche trucco per evitare di pagare il bollo – giusto per non farci mancare nulla. Insomma, diventare il Virgilio moderno per chi si inoltra nel labirinto senza uscita della mobilità contemporanea.
In Italia, la terra del traffico eterno e della burocrazia da incubo, questo passaggio si rivela quasi un’epopea. I concessionari si trasformano in esperti di normative e consulenti ambientali, mentre i clienti si trovano a dover capire se stanno comprando un’auto, un abbonamento, una spesa psicologica oppure un debito generazionale.
L’illusionismo verde degli hub
Ovviamente tutto è condito con il solito latte di soia e farina di quinoa delle politiche green, che ci vendono come rivoluzionarie ma che continuano a costare salatissime a chi si azzarda a cambiare – o peggio, a chi non può permetterselo e rimane intrappolato nel giro vizioso delle vecchie alimentazioni. L’elettrificazione è il mantra; peccato che spesso le infrastrutture siano più fatiscenti di un vecchio colosso industriale abbandonato.
Dove si trova la coerenza in questo magico mondo degli hub? Da nessuna parte, a meno che non si consideri “coerenza” far pagare ogni possibile servizio aggiuntivo e presentarlo come una conquista sociale. Il concessionario come hub è un centro nevralgico di contraddizioni: un monumento all’inefficienza mascherata da modernità.
Quando vendere non basta più
La vendita di un veicolo oggi è solo il primo atto di una lunga pièce teatrale che coinvolge la manutenzione predittiva (che prevede guasti a sorpresa ma devi pagare in anticipo), la gestione dell’assicurazione digitale (ma diffida se ti chiamano “cliente” e non “prodotto”), la partecipazione agli eventi di prova con influencer sconosciuti e mille altre distrazioni dalle vere esigenze del guidatore.
Ecco allora che il ruolo del concessionario perde la sua identità originaria. Non importa più vendere un’automobile solida, affidabile e sicura: l’importante è essere un centro di raccolta dati, di offerte, di promozioni, di servizi accessori utili più a riempire portafogli altrui che veri vantaggi per il consumatore.
In questo panorama, il cliente tipo diventa un consumatore stanco e confuso, costretto a scegliere tra mille opzioni tutte ugualmente complicate e articolate, pronte a fargli perdere tempo, denaro e, soprattutto, la poca fiducia che rimane nel sistema.
La nuova era dell’automobilismo incompiuto
Si potrebbe ironizzare su questa mitica “era degli hub” come fosse il debutto della mobilità 2.0, un modello innovativo e irresistibile. Peccato però che dietro le parole altisonanti e le luci al neon ci sia solo una giungla di confusione e spettacoli di fumo messi lì per nascondere quanto sia complicato, frustrante e costoso muoversi oggi.
L’industria dell’auto ha deciso di reinventarsi in modo impeccabilmente teatrale. Sarà anche tutto “green”, “smart” e “digitale”, ma resta pur sempre un groviglio di contraddizioni e bugie volanti racchiuse dentro ai luoghi che dovrebbero rappresentare l’avanguardia: i concessionari che si trasformano in hub.
Benvenuti nel futuro della mobilità italiana, dove ogni viaggio comincia con una montagna di dubbi e finisce con una collezione di ricevute e iscrizioni a servizi da cui è impossibile uscire. Ma almeno, tutto è “ecosostenibile”, anche se il portafoglio resta come sempre l’eroe sacrificato all’altare del progresso.



