Da oltre due mesi, siamo ancora a rimuginare sul fatto che l’Italia non giocherà i prossimi mondiali di calcio, sconfitta con quel tocco di drammaticità che solo i rigori sanno regalare contro la modesta Bosnia Erzegovina. Ma mentre i nostri sogni calcistici si infrangono, l’Unione Europea sembra concederci un piccolo favore: non più un invito formale, ma una porta appena socchiusa per partecipare a quello che, modestamente, potrebbe essere definito il nuovo grande progetto economico-politico di bruxelliana memoria. E tutto questo, mentre il mondo si agita come in un reality show geopolitico in preda a crisi, conflitti e convulsioni da soap opera.
Le richieste di Bruxelles, manco a farlo apposta, sembrano ripescate da un copione del 2012, quando la crisi sembrava spingere l’Italia oltre la soglia dell’Europa. Ora, fortunatamente o meno, questo “rischio” è solo un lontano ricordo sfiorato, tipo quell’ex fidanzato di cui non senti più parlare. Rimangono però le vecchie canaglie dei problemi nostrani: evasione fiscale alle stelle, lavoro sommerso che prospera come un’erbaccia, e una pubblica amministrazione talmente lenta da far invidia a una lumaca zoppa su un tappeto di colla.
Provate solo a immaginare la scena: un imprenditore illuminato che vorrebbe lanciare un nuovo stabilimento industriale si ritrova a fare la fila burocratica mentre nel resto d’Europa il progetto si concretizza con la velocità con cui un meme diventa virale. L’UE vuole flessibilità, certo, ma poi si mostra più inflessibile di un monaco zen in meditazione. Prendiamo il deficit pubblico: da 3,0 a 3,1 per cento del Pil è la differenza che condanna il Bel Paese a una meravigliosa “procedura di infrazione”. Come se non bastasse, il debito pubblico italiano aumenta più rapidamente di un turista durante il periodo di saldi, raggiungendo un vertiginoso 137,1% del Pil. Ecco a voi la ricetta per mettere sulle spalle delle future generazioni un macigno di problemi, mentre noi sorseggiamo il caffè amaro dell’ironia.
Non basta? Ecco allora i cosiddetti “problemi tecnici”, che sono una cortina fumogena dietro cui si cela la minaccia di ulteriori squilibri e disparità economiche: la famigerata riforma del catasto, con le sue riclassificazioni di rendite e immobili, e la questione delle imposte sugli impianti balneari, con licenze da assegnare e prezzi da aumentare. Nel frattempo l’estate si avvicina, accompagnata da temperature che, per il mese di giugno, sembrano volerci dare un caloroso benvenuto all’inferno (con tanto di bollette già stellari).
A passeggio nel labirinto delle richieste e delle parole altisonanti, compare il commissario UE per l’Economia, Valdis Dombrovskis, direttamente dalla fredda Lettonia. Egli lancia il suo manifesto, proponendo di estendere le tanto amate clausole di difesa economica per includere “misure accelerate” della transizione energetica: insomma, liberarci dalla maledizione dei combustibili fossili senza però sparire nei meandri dell’inefficienza burocratica.
Valdis Dombrovskis ha precisato:
“La proposta implica la possibilità di impegnare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028, con un limite complessivo di 0,6% nel triennio, per rafforzare la resilienza strutturale del sistema energetico.”
Che traduciamo per voi: mettiamo qualche soldo per fare in modo che le nostre reti energetiche resistano meglio agli imprevisti. Perché chi ha passato almeno un’ora al buio improvviso in casa, senza Wi-Fi o caffè pronto, sa bene che non è solo fastidioso, è pura e semplice tortura.
Insomma, l’Europa del futuro – quella che forse un giorno saprà parlare una lingua comune, oltre a quella degli slogan – a quanto pare vuole evitare la notte nera dell’energia, quella che ti lascia a fissare il muro mentre pensi se davvero valesse la pena vivere in un continente così “unito”.



