I protagonisti del dramma di San Diego, giovanissimi e pieni di quella tipica saggezza adolescenziale, sono un diciassettenne di nome Cain Clark e un diciottenne, Caleb Velasquez. Uno dei due, evidentemente artista nel prendere decisioni brillanti, ha prelevato un’arma a casa dei genitori e ha lasciato un biglietto suicida pregno di “orgoglio razziale”. Per chi pensava che i giovani di oggi fossero troppo impegnati a scrollare i social per essere pericolosi, ecco una lezione dal vivo. Secondo la pagina social della Madison High School, Clark era il fiore all’occhiello del wrestling scolastico. Suo nonno, David Clark, ci ha regalato la solita frase di rito: «Siamo profondamente dispiaciuti, è uno shock.» Insomma, nessuno aveva notato nulla, nessun campanello d’allarme; il ragazzo era un modello di normalità in una famiglia letteralmente sconvolta.
I due adolescenti sono stati trovati morti, suicidi, all’interno di una BMW, a pochi isolati dal Centro Islamico di San Diego. Niente di più civile, fosse solo questo il triste epilogo. Nel loro veicolo sono stati rinvenuti scritti anti-islamici e le armi da fuoco con scritte che urlano “incitamento all’odio”. Poi, per mettere il sigillo sull’assurdo, accanto ai loro corpi c’erano una tanica di benzina con un adesivo “SS”, ovvero un chiaro omaggio alla χαριτωμένη Schutzstaffel di Himmler sotto il mitico regime di Hitler. Perfetto, il quadro degli eroi contemporanei si completa con la nostalgia nazista, come in una diatriba da salotto buono senza fine.
Tra minacce e “orgoglio” giovanile
L’ipotesi di un crimine d’odio contro la comunità islamica appare ormai l’unica tra le varie teorie degne di nota. Passi che la moschea non fosse l’obiettivo diretto delle minacce nel lungo biglietto lasciato, ma resta sufficiente come indizio. Nella mattina fatidica, la polizia aveva ricevuto la segnalazione da una madre terrorizzata: il figlio, il nostro giovane guerrigliero, era fuggito di casa con alcune armi e il veicolo. Non solo, la madre l’aveva già messo in conto come possibile suicida, dato che mancavano armi e veicoli, ma anche in compagnia di un amico con abbigliamento mimetico. La minaccia era così seria da far salire l’allerta ai massimi livelli.
Le vittime però sono state tre, e tra loro spicca la figura eroica di Amin Abdullah, guardia giurata e padre di otto figli, l’uomo che ha fatto da scudo umano e ha evitato che la conta si allungasse ulteriormente. Il capo della polizia di San Diego, Scott Wahl, l’ha definito un eroe che ha «salvato vite». Un amico di famiglia, Shaykh Uthman Ibn Farooq, ha addirittura raccontato che Abdullah aveva scelto il ruolo di guardia giurata per proteggere gli innocenti. Parole dal sapore quasi epico, nel contesto di un’insensata e crudele mattanza.
Il luogo dell’azione macabra è la moschea più grande della Contea di San Diego, un complesso che ospita anche la Scuola Al Rashid, dove si insegnano lingua araba, studi islamici e Corano a partire dai bambini di cinque anni. Un simbolo culturale e religioso sotto attacco in un paese che, ironicamente, dice di tutelare la libertà e i diritti civili, salvo poi vedere emergere una crescente ondata di islamofobia che negli ultimi anni ha raggiunto livelli record.
L’islamofobia negli Stati Uniti: una pandemia in crescita
L’attentato a San Diego non è solo un episodio isolato, ma la punta di un iceberg che negli Stati Uniti si sta facendo sempre più enorme e brutale. Nel 2025, i casi di discriminazione, violazioni dei diritti e incidenti d’odio contro musulmani hanno superato quota 8.500, secondo dati raccolti da fonti affidabili nel campo. Un record storico, dall’alba dei report di questi tipi, che evidenzia quanto sia stata gradita la «cura» sociale di una società piena di contraddizioni: che parla di uguaglianza ma chiude gli occhi davanti a esplosioni di intolleranza e fanatismo.
Insomma, mentre ci si commuove davanti a slogan di pace e inclusione, dall’altra parte si rinasce e si alimenta un odio che, in modo tragico e banale, si fa strada anche grazie ai giovani che nulla sembra fermare, né un contesto familiare né una comunità scolastica apparentemente normale. E così, mentre la macchina del politically correct sforna frasi fatte, la realtà offre una fotografia amara e inquietante di un presente che pare tornato nel medioevo dell’intolleranza.
Prendiamo il caso che ha fatto scalpore in Illinois: la straziante morte di Wadee Alfayoumi, un bambino palestinese-americano di sei anni brutalmente ucciso dal suo padrone di casa a Plainfield. Il colpevole, un certo Joseph Czuba, ha deciso di sfogare il suo odio – naturalmente in risposta alle tensioni tra Israele e Hamas, perché negli Stati Uniti tutto si riduce sempre a una giustificazione geopolitica – aggredendo lui e la madre del piccolo. L’ennesima scena da copione triste di un crimine d’odio, che ha catalizzato l’attenzione nazionale, solo per poi essere archiviata nel cassetto delle cause perse e delle parole vuote.
Ma non è finita: se pensavate che le vittime fossero solo gli innocenti, vi sbagliavate. Anche i volti pubblici non sono immuni dalla furia cieca. La deputata democratica del Minnesota, Ilhan Omar, ad esempio, è finita nel mirino di una vera e propria campagna di odio e minacce, che evidenzia quanto il dibattito politico negli Stati Uniti non sia solo muscoloso, ma letteralmente pericoloso per chi osa rappresentare la comunità musulmana o di origine mediorientale.
Dall’altra parte del paese, dopo un attacco armato a una moschea di San Diego, il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha avuto il piacere di tornare con un tweet a spegnere l’incendio dell’odio con il suo misto di buonismo e invocazioni alla coesione sociale.
Zohran Mamdani ha detto:
«L’islamofobia mette in pericolo le comunità musulmane in tutto il Paese. Dobbiamo affrontarla direttamente e restare uniti contro la politica della paura e della divisione. Il mio pensiero va alle vittime, ai loro cari e all’intera comunità che piange questo attacco devastante.»
Una lodevole dichiarazione di circostanza, che però sembra più un elemosina morale in un sistema che continua a lasciar crescere l’odio come fosse erba infestante in un giardino abbandonato.
Ma non preoccupatevi, non sono solo i musulmani a fare da bersaglio privilegiato di questa follia collettiva. Anche le comunità ebraiche lamentano un’impennata di violenze antisemite che, guarda caso, si aggiunge alla spirale senza fine della violenza politica negli Stati Uniti, alta come non mai e diametralmente opposta alla parola “pace”.
Solo a marzo, un esemplare di “cittadino arrabbiato” – sì, chiamiamolo così per semplicità – ha letteralmente lanciato il suo pick-up contro la sinagoga Temple Israel nella zona di Detroit, per poi suicidarsi durante uno scontro armato con la polizia. Ma naturalmente, nessun dettaglio è mai banale: sembra che i suoi familiari fossero coinvolti con Hezbollah e fossero vittime di un raid aereo israeliano, perché le cause degli attacchi vanno sempre ricondotte agli immancabili “conflitti internazionali” per giustificare qualsiasi gesto folle o criminale.
E ci avviciniamo a un 2025 che si presenta come uno spartiacque nell’irruenza degli attacchi contro i luoghi di culto della Nazione: sparatorie nelle chiese di Minneapolis e del Kentucky, fino ad arrivare a un vero e proprio assalto con speronamento e incendio doloso contro una chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni in Michigan. Non male come catalogo di follia, no?
Il progetto Violence Prevention ha compilato una lista tutt’altro che rassicurante: 19 episodi assassini dentro edifici religiosi, con 24 morti e più di 40 feriti. Una strage che, invece di scuotere le coscienze e mobilitare le istituzioni, sembra diventata il mantra di una società ipnotizzata dalla divisione e incapace di proteggere realmente le sue minoranze.
Insomma, benvenuti nell’America moderna, dove il crimine d’odio è il nuovo sport nazionale e l’ipocrisia politica si mostra con il suo tradizionale sorriso da cartone animato, tra annunci di condanna e la solita indifferenza di fondo.



