Cuba denuncia gli Stati Uniti per aver confezionato un pretesto ridicolo per un’azione militare

Cuba denuncia gli Stati Uniti per aver confezionato un pretesto ridicolo per un’azione militare
Presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, ha trovato tempo e fiato per definirle “immorali, illegali e criminali”: le sanzioni degli Stati Uniti contro la sua isola. Come se il blocco economico dovesse esserci per caso, o per un capriccio passeggero. Il leader cubano, ovviamente di parte, si è scagliato contro quella che chiama una “pressione economica prolungata” su un regime comunista, che evidentemente pretende di sopravvivere nonostante tutto. Lo ha fatto con il consueto piglio indignato sui social network, promettendo di continuare a denunciare con la “massima fermezza ed energia” quello che definisce un “assedio genocida” per strangolare il suo popolo.

Per essere chiari: Díaz-Canel ha preso di mira in particolare un ordine esecutivo di Donald Trump che minaccia terze parti con tariffe se provano a vendere petrolio a L’Avana. Senza dimenticare le misure statunitensi volte a punire le aziende che osano investire o fornire beni essenziali a Cuba. La sceneggiatura non si ferma qui: dopo una nuova ondata di sanzioni e all’aumentare delle voci su possibili attacchi militari americani all’isola, si è raggiunto l’apice di questo grottesco braccio di ferro.

Il governo statunitense ha recentemente sanzionato 11 funzionari cubani e la loro principale agenzia di intelligence. Un perfetto esempio di come usare il bastone e la carota in salsa sempre più aggressiva. Queste mosse fanno parte di una strategia più ampia, iniziata a gennaio con l’idea stravagante di bloccare il petrolio su un’isola che da sempre dipende dai suoi alleati — nel frattempo, il fornitore principale, il Venezuela di Nicolás Maduro, è stato protagonista di una rocambolesca operazione militare che lo ha messo fuori gioco.

Un rapporto di qualche giorno fa, corredato da fonti “classificate” – come se ci fosse bisogno di segreti per intuire i piani degli Stati Uniti –, racconta che Cuba sarebbe in possesso di oltre 300 droni militari provenienti da Russia e Iran. Plotone pronto a decidere di usarli per colpire obiettivi americani. Il tutto sotto l’occhio vigile e impaziente della sicurezza nazionale americana. I bersagli? Nientemeno che la base militare di Guantanamo, le navi militari e, chissà, forse anche Key West, a una novantina di miglia a nord di Cuba.

Díaz-Canel, da buon casus belli, ha avvertito sui social: le minacce di aggressione militare statunitense sono ben note e, qualora si concretizzassero, si scatenerebbe un vero e proprio “massacro dalle conseguenze incalcolabili”. Pochi modi per dire “facciamo sul serio”.

Per capirsi meglio, Donald Trump — quello che ora canta vittoria parlando di “presa amichevole” de L’Avana dopo la guerra in Iran — ha dichiarato a più riprese, con quella semplicità da bar dello sport che lo caratterizza, di poter fare quel che vuole con Cuba, quasi un souvenir personale da mettere sotto l’albero di Natale. In un altro suo post, prima di andare a incontrare il Presidente Cinese Xi Jinping, Trump aveva promesso di aprire un dialogo con i vertici dell’isola, senza però fornire alcun dettaglio. Nel frattempo, continua a premere perché Cuba “faccia un accordo prima che sia troppo tardi”.

Dal canto suo, Bruno Rodríguez Parrilla, Ministro degli Esteri cubano, mantiene la linea da teatrino: Cuba “non minaccia né desidera la guerra”. In realtà, denuncia che gli Stati Uniti stanno costruendo quotidianamente un “caso fraudolento” per giustificare sia la guerra economica senza pietà sia l’eventuale aggressione militare. Un elogio all’arte della retorica ad uso e consumo internazionale, che lascia poco spazio all’autocritica.

Un futuro incerto e qualche previsione ottimistica

Nel frattempo, l’ineffabile Jorge Mas, presidente della Cuba American National Foundation, un gruppo di pressione politica, racconta al mondo attraverso un’intervista che “il processo per portare libertà e democrazia a Cuba sarà lungo e tortuoso”. È sempre rassicurante sentirlo dire da chi siede nel comodo ufficio dell’esilio americano, a solo 90 miglia da un’isola che resiste senza segnali di cedere. Secondo Mas, “le minacce vanno prese sul serio”, ma il destino di Cuba non cambierà così facilmente. E, per chi vuole sognare, annuncia un imminente cambio di regime nell’isola nei prossimi mesi, un augurio che suona più come una speranza che come una certezza.

Insomma, un mix ben dosato di sanzioni, minacce, risposte infiammate e previsioni quasi profetiche. Per non farci mancare nulla, qualcuno ricorderà che questo melodramma ha come sfondo l’eterna lotta tra un continente che sogna di esportare la democrazia a colpi di embargo e un’isola che preferisce chiamarla resistenza. Peccato solo che a farne le spese siano sempre i cittadini, intrappolati in un gioco di potere in cui ogni mossa costa sangue, sudore e qualche speranza incenerita.

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