L’escursione in mountain bike con gli amici sarebbe dovuta essere un innocuo tuffo nella natura, ma si è invece trasformata in un dramma degno di un romanzo noir. Roberto Crosta, un arzillo settantunenne di Magnago (provincia di Milano), ha trovato il suo ultimo sentiero non in pista ma nel fondo di un dirupo, mentre pedalava tra i boschi di Maccagno con Pino e Veddasca (Varese) in una mattina di primavera, precisamente sabato 9 maggio.
Proprio così, la cronaca quotidiana ci regala un’altra di quelle storie che sembrano scritte con un tocco di ironia beffarda: quello che doveva essere un tranquillo giro è diventato un incidente fatale. Il percorso incriminato? Quel sentiero sterrato che da Garabiolo porta al lago Delio, un tragitto che, evidentemente, nasconde ben più di semplici scorci suggestivi.
Non appena Crosta ha perso il controllo della sua mountain bike, è precipitato nel precipizio. L’allarme è scattato immediatamente, come da manuale del peggior copione possibile, ma purtroppo la presenza tempestiva dei soccorritori non ha potuto nulla contro l’ineluttabilità degli eventi.
Intervenuti prontamente, sul luogo della disgrazia si sono trovati i soccorsi alpini, i vigili del fuoco e i paramedici del 118. Forse per non far torto alla loro reputazione, appena il medico è giunto accanto al corpo, ha potuto solo constatarne il decesso, senza nemmeno la consolazione di una vana speranza.
Le operazioni di recupero sono state affidate a una sinergia tra vigili del fuoco e soccorso alpino: perché quando le cose vanno male serve un lavoro di squadra ben orchestrato per portare a termine quello che si può solo definire un compito ingrato.
Roberto Crosta lascia una moglie e una figlia, ovvero quel che resta dopo che la vita ha deciso di giocare la sua carta peggiore. La cerimonia funebre è stata fissata, con la solita precisione burocratica che sa di freddo rituale, nella chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo: alle 11.15 di mercoledì 13 maggio, un appuntamento immancabile nella triste agenda degli addii.
Il tragico rituale dell’incidente in montagna
Non si può nemmeno parlare di sfortuna, visto che spesso chi si avventura tra i sentieri montani dovrebbe forse sentirsi più vulnerabile di un bambino sulla neve. Ma no: la mountain bike, quel compagno fedele di mille avventure sportive, si è trasformata in un’amara trappola. L’illusione di dominare il terreno sterrato viene rapidamente smascherata dal controllo mai totale su ciò che ci circonda.
Come se non bastasse, si potrebbe fare una parentesi amara sulle parole di conforto che fioccheranno, le raccomandazioni di prudenza e le promesse di migliorare la sicurezza sui sentieri, dimenticando però che queste tragedie si ripetono da decenni, come un copione già scritto e malamente recitato.
Insomma, una storia di quelle da non raccontare, ma che invece si impone nella cronaca. Quell’eterna contraddizione fra voglia di libertà e ineluttabile fragilità umana, che spesso si perde nei verbali e nei resoconti domenicali che nessuno leggerà con attenzione.



