Il prezzo del Brent, il nostro indicatorissimo internazionale, è caduto del 1,2% nell’ultimo giorno di contrattazione del mese, fissandosi a $92,56. Mica bruscolini. Magari aggiungiamo che, nel mese di maggio, il Brent ha visto un tonfo vicino al 19%, dopo il suo peggior mese dall’era Covid-19. Il quadro è chiaro: abbiamo lasciato i vertici del 2026 praticamente a -20%, tutto un programma.
Dall’altra parte dell’Atlantico, il West Texas Intermediate (WTI) fa le sue magie, calando del 16,5% nel mese e aggiornando venerdì con un rispettosissimo -1,9%, attestandosi a $87,18 al barile. Decisamente un calo da non sottovalutare, soprattutto considerando quanto l’energia sia stata alle stelle da quando la guerra è partita il 28 febbraio.
La causa? In buona sostanza, lo Stretto di Hormuz è stato praticamente “off limits” per il greggio via mare, grazie al conflitto tra Iran e Oman. Prima di questa esibizione di potenza e blocco navale, i due contavano per un quinto dello scambio energetico globale. Ora, però, la musica sembra cambiare. Un’ipotesi di memorandum di intesa di 60 giorni per l’estensione del cessate il fuoco sarebbe “quasi” concordata tra USA e Iran, ma, eh sì, abbiamo bisogno del sigillo finale di un certo Donald Trump.
E nonostante la presunta pace all’orizzonte, lo spettacolo continua… ma in salsa bellica: giovedì infatti le forze iraniane hanno sfoggiato missili balistici verso il Kuwait e una sfilza di droni d’attacco in direzione dello stretto. Che bello, non si fermano mai.
La banca UBS, sempre attenta a notare i dettagli, ci ricorda che rimane “poca evidenza” di miglioramenti nelle rotte navali o nei flussi energetici nella regione, per cui, per ora, scordatevi miracoli nel traffico petrolifero.
La situazione secondo gli esperti di UBS, guidati da Henri Patricot, è questa: il carico di greggio nelle aree del Golfo è “estremamente basso”. Volendo essere precisi, l’Iran ha caricato meno di 0,3 milioni di barili al giorno a maggio, in caduta libera rispetto ai 1,5 milioni di aprile e 1,7 di marzo. Un vero disastro in termini di continuità e produttività, che, come vedremo, pesa non poco sulle prospettive di mercato.
La lungimiranza degli esperti e le prospettive di mercato
Bob Parker, senior advisor presso l’International Capital Markets Association, ci regala una perla di saggezza: i prezzi del petrolio probabilmente rimarranno tra $90 e $100 per almeno un paio di mesi, giusto il tempo che qualcuno riesca a capire se quel cessate il fuoco è più duraturo di una meteora. E, attenzione, Parker avverte di un inevitabile scetticismo tra gli investitori verso questi negoziati pieni di suspense degna di un reality show.
Bob Parker ha detto:
“Anche se lo Stretto di Hormuz verrà riaperto, credo sia sincero dire che sarà solo un’apertura parziale.”
Non contento, Parker ha sottolineato i “danni significativi” alle infrastrutture, raffinerie e oleodotti nella regione, risultato di questo capolavoro di guerra. Senza dimenticare le sfide di sicurezza per il traffico navale e le scorte ormai ridotte all’osso, un cocktail perfetto per tenere alta la tensione e i prezzi.
Insomma, la conclamata pace sembra più un miraggio esotico mentre i mercati energetici si preparano a una nuova stagione di guada e contromosse. Nel frattempo, l’unica certezza è che i nostri cari investitori continueranno a camminare sul filo del rasoio, sognando una stabilizzazione che, vista la situazione, sembra una chimera degna di un romanzo d’appendice.



