Ah, la vecchia Londra, trionfante nello splendore della brexit e ora la nuova Mecca per le aziende hi-tech americane, quelle stesse che fino a ieri probabilmente nemmeno sapevano dove fosse l’isola. Con un tempismo impeccabile, dopo anni di “periodo post-pandemico tranquillo”, ecco che Anthropic, OpenAI e gli amici del quartiere digitano “Ciao Londra!” e si piazzano con nuovi uffici più grandi della loro stessa forza lavoro.
Non è finita qui: Cursor apre un quartier generale estivo, Google sposta squadre in un nuovo edificio di 11 piani a Kings Cross, e addirittura Databricks e Salesforce aumentano il personale o estendono i loro campus. C’è chi proprio non sa resistere al richiamo del Big Ben! E non dimentichiamo Rivian e Palantir, che promettono espansioni per la seconda metà del 2025. Il motivo? Semplice, “è tutto per il talento”, ci racconta con quel sorriso da pubblicità Mike Wiseman di British Land. Londra ha questa ecosistema tecnologico maturo e profondo – ci dice come fosse un dato ovvio – dove allargare i propri affari internazionali è quasi una passeggiata nel parco.
E quei talenti? Profondi come l’oceano, o giusto un po’ più in superficie
Dopo qualche anno di torpore – ovviamente colpa della pandemia, non del fatto che Londra sia una città notoriamente cara e complicata – ecco che la domanda di spazi di lavoro dalla galassia tech ritorna trionfante. Il fulmineo sviluppo globale dell’IA, alimentato da fondi milionari e miliardi di investimenti, ha spinto le startup a raccogliere cifra su cifra: ben 392.1 miliardi di dollari solo quest’anno, un record a confronto dei modesti 215.9 del 2025. No, non è un errore di battitura, è solo la fantascienza della finanza applicata alle nuove frontiere tecnologiche.
Frederic Groussolles, partner di una nota società di ricerca executive, si lancia in elogi per Londra: una base di “profondo talento” per l’IA fuori dagli Stati Uniti, consolidata da un decennio di investimenti guidato da DeepMind. Ah, l’istituto londinese fondato nel 2010 e acquisito da Google nel 2014, ma che, miracolo, tiene ancora una squadra consistente nell’amata capitale inglese. DeepMind, fra i giganti AI, sta dietro ai modelli Gemini e vari vezzi tecnologici di Google.
Quando Anthropic ha annunciato ad aprile la sua espansione londinese, progettando un ufficio per ben 800 persone – più o meno il quadruplo dell’attuale organico cittadino – il capo EMEA nord, Pip White, ci ha tenuto a sottolineare quell’“eccezionale pool di talento AI”.
Il nuovo quartier generale di Anthropic sbarcherà nella più quotata area di Knowledge Quarter, il sobborgo dell’élite tecnologica che ospita anche i giganti OpenAI, Google DeepMind, Meta, Synthesia e Wayve. E per chi non lo sapesse, Londra resta uno dei principali centri finanziari mondiali, “pronto accesso a venture capital, equity di crescita e network corporativi”, secondo Groussolles. Come dire: se vuoi soldi, Londra è il posto giusto.
Ma ovviamente questa manna del cielo che arriva dal ricco oltreoceano fa sudare freddo i poveri startup locali. Dan Hyde, fondatore di un’altra società di ricerca executive, ci illumina: queste mega ditte americane schierano pacchetti salariali allettanti e lavori “significativi”. Insomma, chi non vorrebbe mettere la faccia dietro un logo da miliardi? Peccato che questo significa strozzare la fuga di talenti locali, quei poveri giovani che cercano di sopravvivere con pacchetti ben meno scintillanti.
Il tallone d’Achille made in London: lo spazio
Sorpresa delle sorprese: lo spazio in ufficio per il settore tech di Londra è una risorsa scarsa. Il grande problema strutturale del momento, ci dice ancora Wiseman, è una scarsità ben documentata di uffici di alta qualità, specialmente nelle zone centrali. E con “sparse” si intende 10.4 milioni di piedi quadrati mancanti entro il 2030 in tutta Londra. Insomma, grandi parole sulla crescita ma piccoli metri quadri disponibili per accogliere l’espansione.
Groussolles rimedia la pentola bollente spiegando che la carenza è alimentata dalla corsa dei colossi AI che spodestano banche, studi professionali e tutte le altre nobili industrie dalla stessa scarsa offerta di uffici prestigiosi. Una competizione all’ultimo spazio, insomma.
Oltre il “Silicon Roundabout”: infrastrutture, potere e aria fritta
Non basta un tetto più grande o qualche piano extra: adesso Londra deve affrontare un interrogativo da premio Nobel dell’ironia industriale. L’infrastruttura riesce davvero a reggere il passo, domanda Ziv Reichert, partner di una società di venture capital nella capitale inglese? È facile invitare cervelli a vivere in città, come ha fatto Londra con i suoi laboratori di ricerca, ma tenerli qui dipende da quanto il Regno Unito è disposto a curare i dettagli fastidiosi come energia, potenza di calcolo, alloggi e trasporti.
L’avviso è chiaro: “Il talento porta i laboratori a Londra, ma mantenerli dipenderà da infrastrutture costruite intorno a loro”. In altre parole, senza una politica coordinata che non solo attiri fondi ma supporti anche il mantenimento di questo ecosistema, la grande corsa tecnologica potrebbe finire prima ancora di aver realmente cominciato.



