Paolo mette le cose in chiaro:
“C’è un po’ di me in entrambi i fratelli. Sorprendentemente, anche in quel padre che non si è mai mostrato per intero a chi gli stava vicino. Io sono quello che vedete, ma come lui non metto mai tutte le carte in tavola.”
E in merito al suo rapporto reale con la figlia?
Insomma, una splendente circolarità di difetti e imperfezioni che, ovviamente, nessuno di noi avrebbe mai voluto replicare.
Naturalmente, gli scrittori mischiano sempre un bel po’ di se stessi nelle loro storie, vero o falso?
Paolo mette le cose in chiaro:
“C’è un po’ di me in entrambi i fratelli. Sorprendentemente, anche in quel padre che non si è mai mostrato per intero a chi gli stava vicino. Io sono quello che vedete, ma come lui non metto mai tutte le carte in tavola.”
E in merito al suo rapporto reale con la figlia?
“Rispetto alla figlia del protagonista, la mia è già una donna adulta. Però, quando aveva più o meno la stessa età di Marta…” (la frase rimane sospesa, ma possiamo immaginare che anche nella vita reale la complessità familiare si rispecchi in sfumature variegate come nel libro).
Ah, la tanto amata incomunicabilità tra padri e figli, quel passatempo inevitabile di certe fasi della loro esistenza, dove – giustamente – ciò che fanno e pensano rimane un mistero sacro e non deve assolutamente essere condiviso con noi poveri adulti. Non devono dirci tutto, mai. Noi, nel frattempo, ci limitiamo ad accettare con stoica pazienza questo loro “processo di emancipazione e maturazione”. Che poesia della famiglia moderna!
Riguardo alla mia famiglia? Beh, niente di straordinario: genitori “presenti” che hanno fatto il loro dovere. Un’infanzia agiata il giusto per non farci mancare nulla, anche se con qualche sacrificio economico ben calcolato. Per esempio, mi hanno spedito in una scuola privata di Genova, nota e costosa, frequentata dai rampolli più benestanti della città. Indovinate? Mai provato il benché minimo senso di inadeguatezza. Anzi, mi sentivo un privilegiato, coccolato dall’amore e dalla sicurezza che solo una famiglia di quel calibro riesce a trasmettere, molto made in “tutto per il successo”.
Ed eccoci alle radici armene, altro magnifico capitolo di questa saga familiare. Il bisnonno paterno ha proiettato i nostri natali oltre confine, in una fuga epica verso l’Italia – qualcosa che risale a un passato ormai lontano. Eppure, a dispetto della distanza temporale, quelle radici le sento ancora ben vive. Il 24 aprile, quando tutto il mondo “ricorda” il genocidio armeno del 1915, per me è un momento sacro, commemorativo. In una collaborazione con un ex ambasciatore armeno in Italia, ho prodotto un video intitolato “Io sono armeno”. Non che abbia mai messo piede in Armenia, ma l’idea di visitarla mi attira visceralmente. Naturalmente, la mia compagna sostiene che io ci “giri intorno”, faccia continue marce indietro e rimandi ad libitum… tradotto: paura reverenziale o forse semplice procrastinazione degna di nota.
L’associazione “C’è Da Fare”: filantropia con stile
Sono il fondatore e presidente di “C’è Da Fare”, un’associazione no profit nata nel lontano (beh, non tanto) 2023. Il progetto si ispira alla canzone omonima del 2019 che, con il sostegno di oltre 25 artisti, si era proposta di raccogliere fondi per persone in condizioni di fragilità. Da lì, il progetto è diventato un vero e proprio movimento, dedicato all’assistenza di adolescenti affetti da patologie psicologiche gravi, oltre a fornire supporto alle rispettive famiglie. Abbiamo persino un protocollo con l’ospedale di Niguarda per un’équipe medica ad alta intensità, una sorta di modello replicabile in altri ospedali. Immaginate la mia sorpresa nel constatare un’impennata di adolescenti accalcati nei pronto soccorso per problemi psicologici, mentre il nostro glorioso Servizio Sanitario Nazionale sembrava, molto elegantemente, impreparato. Così ho deciso di mettere il mio mattoncino nel grande muro dell’indifferenza sanitaria.
Che fine ha fatto la carriera dell’attore?
Per quanto riguarda il glorioso mestiere di attore, oltre alle ospitate editoriali con il signor Bizzarri a “DiMartedì” (tutto sotto controllo), ci sono belle notizie. A ottobre partirà la tournée di Closer, pièce di Patrick Marber da cui il grande Mike Nichols ha tratto l’omonimo film. A febbraio riprenderò il monologo Sfidati di me, una nuova esplorazione del tormentato rapporto padre-figli, con la regia di Gioele Dix. E attenzione: il 14 giugno al Piccolo Teatro di Milano si terrà una serata speciale dedicata a Gaber, sempre diretta da Dix, inserita nel cartellone milanese per celebrare uno dei più grandi maestri della canzone italiana. Insomma, mica si scherza, si fa sul serio.
Un film dal romanzo? Perché no… ma senza di me davanti alla macchina da presa!
Ho scritto un romanzo con questo obiettivo in mente: magari un giorno da trasformare in film. Ma attenzione, gentili spettatori, non immaginate di ritrovarmi in nessuno dei personaggi. No, no, a me quel ruolo non interessa proprio. Preferisco che il cast sia popolato da attori sconosciuti, facce nuove, fresche e magari un po’ sperdute, tanto per non farsi mancare nulla. Se proprio devo concedermi un ruolo, scelgo la regia: insomma, me la canto e me la suono con sommo piacere e senza alcuna umiltà.
Insomma, una splendente circolarità di difetti e imperfezioni che, ovviamente, nessuno di noi avrebbe mai voluto replicare.
Naturalmente, gli scrittori mischiano sempre un bel po’ di se stessi nelle loro storie, vero o falso?
Paolo mette le cose in chiaro:
“C’è un po’ di me in entrambi i fratelli. Sorprendentemente, anche in quel padre che non si è mai mostrato per intero a chi gli stava vicino. Io sono quello che vedete, ma come lui non metto mai tutte le carte in tavola.”
E in merito al suo rapporto reale con la figlia?
“Rispetto alla figlia del protagonista, la mia è già una donna adulta. Però, quando aveva più o meno la stessa età di Marta…” (la frase rimane sospesa, ma possiamo immaginare che anche nella vita reale la complessità familiare si rispecchi in sfumature variegate come nel libro).
Ah, la tanto amata incomunicabilità tra padri e figli, quel passatempo inevitabile di certe fasi della loro esistenza, dove – giustamente – ciò che fanno e pensano rimane un mistero sacro e non deve assolutamente essere condiviso con noi poveri adulti. Non devono dirci tutto, mai. Noi, nel frattempo, ci limitiamo ad accettare con stoica pazienza questo loro “processo di emancipazione e maturazione”. Che poesia della famiglia moderna!
Riguardo alla mia famiglia? Beh, niente di straordinario: genitori “presenti” che hanno fatto il loro dovere. Un’infanzia agiata il giusto per non farci mancare nulla, anche se con qualche sacrificio economico ben calcolato. Per esempio, mi hanno spedito in una scuola privata di Genova, nota e costosa, frequentata dai rampolli più benestanti della città. Indovinate? Mai provato il benché minimo senso di inadeguatezza. Anzi, mi sentivo un privilegiato, coccolato dall’amore e dalla sicurezza che solo una famiglia di quel calibro riesce a trasmettere, molto made in “tutto per il successo”.
Ed eccoci alle radici armene, altro magnifico capitolo di questa saga familiare. Il bisnonno paterno ha proiettato i nostri natali oltre confine, in una fuga epica verso l’Italia – qualcosa che risale a un passato ormai lontano. Eppure, a dispetto della distanza temporale, quelle radici le sento ancora ben vive. Il 24 aprile, quando tutto il mondo “ricorda” il genocidio armeno del 1915, per me è un momento sacro, commemorativo. In una collaborazione con un ex ambasciatore armeno in Italia, ho prodotto un video intitolato “Io sono armeno”. Non che abbia mai messo piede in Armenia, ma l’idea di visitarla mi attira visceralmente. Naturalmente, la mia compagna sostiene che io ci “giri intorno”, faccia continue marce indietro e rimandi ad libitum… tradotto: paura reverenziale o forse semplice procrastinazione degna di nota.
L’associazione “C’è Da Fare”: filantropia con stile
Sono il fondatore e presidente di “C’è Da Fare”, un’associazione no profit nata nel lontano (beh, non tanto) 2023. Il progetto si ispira alla canzone omonima del 2019 che, con il sostegno di oltre 25 artisti, si era proposta di raccogliere fondi per persone in condizioni di fragilità. Da lì, il progetto è diventato un vero e proprio movimento, dedicato all’assistenza di adolescenti affetti da patologie psicologiche gravi, oltre a fornire supporto alle rispettive famiglie. Abbiamo persino un protocollo con l’ospedale di Niguarda per un’équipe medica ad alta intensità, una sorta di modello replicabile in altri ospedali. Immaginate la mia sorpresa nel constatare un’impennata di adolescenti accalcati nei pronto soccorso per problemi psicologici, mentre il nostro glorioso Servizio Sanitario Nazionale sembrava, molto elegantemente, impreparato. Così ho deciso di mettere il mio mattoncino nel grande muro dell’indifferenza sanitaria.
Che fine ha fatto la carriera dell’attore?
Per quanto riguarda il glorioso mestiere di attore, oltre alle ospitate editoriali con il signor Bizzarri a “DiMartedì” (tutto sotto controllo), ci sono belle notizie. A ottobre partirà la tournée di Closer, pièce di Patrick Marber da cui il grande Mike Nichols ha tratto l’omonimo film. A febbraio riprenderò il monologo Sfidati di me, una nuova esplorazione del tormentato rapporto padre-figli, con la regia di Gioele Dix. E attenzione: il 14 giugno al Piccolo Teatro di Milano si terrà una serata speciale dedicata a Gaber, sempre diretta da Dix, inserita nel cartellone milanese per celebrare uno dei più grandi maestri della canzone italiana. Insomma, mica si scherza, si fa sul serio.
Un film dal romanzo? Perché no… ma senza di me davanti alla macchina da presa!
Ho scritto un romanzo con questo obiettivo in mente: magari un giorno da trasformare in film. Ma attenzione, gentili spettatori, non immaginate di ritrovarmi in nessuno dei personaggi. No, no, a me quel ruolo non interessa proprio. Preferisco che il cast sia popolato da attori sconosciuti, facce nuove, fresche e magari un po’ sperdute, tanto per non farsi mancare nulla. Se proprio devo concedermi un ruolo, scelgo la regia: insomma, me la canto e me la suono con sommo piacere e senza alcuna umiltà.
Paolo riflette con sagace amarezza:
“Col tempo ti rendi conto che il tempo a disposizione scarseggia, che sta scivolando velocemente via e le cose belle restano spesso non dette.”
La scintilla autobiografica
Non stupisce allora che la partenza per questa introspezione sia figlia di un evento troppo umano e doloroso: la morte dei genitori di Paolo.
Paolo racconta:
“Quando a breve distanza uno dall’altro sono venuti a mancare i miei genitori, insieme a mia sorella abbiamo dovuto fare i conti con la loro casa. Tra le tante cose abbiamo trovato circa cinquecento lettere che mio padre aveva scritto a mia madre, quando era in servizio militare. Leggendole, ho scoperto una persona completamente diversa da quella che avevo sempre immaginato.”
Chi era davvero?
“Un uomo insicuro, bisognoso di attenzioni, quasi ombroso, ben lontano dall’immagine di forza che spesso abbiamo. Mentre mia madre lo sosteneva, solare e robusta, lui sembrava vivere in una dimensione più fragile. Poco prima della sua morte ho scoperto che da giovane sognava di viaggiare, di fuggire dal negozio di tappeti ereditato dai nonni e di imbarcarsi. È proprio vero: proiettati solo su noi stessi, raramente vediamo veramente chi sono i nostri genitori.”
Il riflesso tra padre e figlio
Nel romanzo, il protagonista scopre il padre ma, allo stesso tempo, si interroga su cosa significhi essere figlio. Una doppia faccia della stessa medaglia?
Paolo spiega con ironico distacco:
“Personalmente, sono più interessato alla relazione padre-figlio che al concetto di paternità in senso stretto — e dico questo perché è più facile immedesimarmi con la figura del figlio. Guardi indietro al rapporto che hai avuto con tuo padre e ti chiedi: ‘Aveva ragione? Che figlio ero?’. Poi guardi i tuoi figli e ti accorgi che stai facendo esattamente le stesse cose un po’ maldestre che faceva lui.”
Insomma, una splendente circolarità di difetti e imperfezioni che, ovviamente, nessuno di noi avrebbe mai voluto replicare.
Naturalmente, gli scrittori mischiano sempre un bel po’ di se stessi nelle loro storie, vero o falso?
Paolo mette le cose in chiaro:
“C’è un po’ di me in entrambi i fratelli. Sorprendentemente, anche in quel padre che non si è mai mostrato per intero a chi gli stava vicino. Io sono quello che vedete, ma come lui non metto mai tutte le carte in tavola.”
E in merito al suo rapporto reale con la figlia?
“Rispetto alla figlia del protagonista, la mia è già una donna adulta. Però, quando aveva più o meno la stessa età di Marta…” (la frase rimane sospesa, ma possiamo immaginare che anche nella vita reale la complessità familiare si rispecchi in sfumature variegate come nel libro).
Ah, la tanto amata incomunicabilità tra padri e figli, quel passatempo inevitabile di certe fasi della loro esistenza, dove – giustamente – ciò che fanno e pensano rimane un mistero sacro e non deve assolutamente essere condiviso con noi poveri adulti. Non devono dirci tutto, mai. Noi, nel frattempo, ci limitiamo ad accettare con stoica pazienza questo loro “processo di emancipazione e maturazione”. Che poesia della famiglia moderna!
Riguardo alla mia famiglia? Beh, niente di straordinario: genitori “presenti” che hanno fatto il loro dovere. Un’infanzia agiata il giusto per non farci mancare nulla, anche se con qualche sacrificio economico ben calcolato. Per esempio, mi hanno spedito in una scuola privata di Genova, nota e costosa, frequentata dai rampolli più benestanti della città. Indovinate? Mai provato il benché minimo senso di inadeguatezza. Anzi, mi sentivo un privilegiato, coccolato dall’amore e dalla sicurezza che solo una famiglia di quel calibro riesce a trasmettere, molto made in “tutto per il successo”.
Ed eccoci alle radici armene, altro magnifico capitolo di questa saga familiare. Il bisnonno paterno ha proiettato i nostri natali oltre confine, in una fuga epica verso l’Italia – qualcosa che risale a un passato ormai lontano. Eppure, a dispetto della distanza temporale, quelle radici le sento ancora ben vive. Il 24 aprile, quando tutto il mondo “ricorda” il genocidio armeno del 1915, per me è un momento sacro, commemorativo. In una collaborazione con un ex ambasciatore armeno in Italia, ho prodotto un video intitolato “Io sono armeno”. Non che abbia mai messo piede in Armenia, ma l’idea di visitarla mi attira visceralmente. Naturalmente, la mia compagna sostiene che io ci “giri intorno”, faccia continue marce indietro e rimandi ad libitum… tradotto: paura reverenziale o forse semplice procrastinazione degna di nota.
L’associazione “C’è Da Fare”: filantropia con stile
Sono il fondatore e presidente di “C’è Da Fare”, un’associazione no profit nata nel lontano (beh, non tanto) 2023. Il progetto si ispira alla canzone omonima del 2019 che, con il sostegno di oltre 25 artisti, si era proposta di raccogliere fondi per persone in condizioni di fragilità. Da lì, il progetto è diventato un vero e proprio movimento, dedicato all’assistenza di adolescenti affetti da patologie psicologiche gravi, oltre a fornire supporto alle rispettive famiglie. Abbiamo persino un protocollo con l’ospedale di Niguarda per un’équipe medica ad alta intensità, una sorta di modello replicabile in altri ospedali. Immaginate la mia sorpresa nel constatare un’impennata di adolescenti accalcati nei pronto soccorso per problemi psicologici, mentre il nostro glorioso Servizio Sanitario Nazionale sembrava, molto elegantemente, impreparato. Così ho deciso di mettere il mio mattoncino nel grande muro dell’indifferenza sanitaria.
Che fine ha fatto la carriera dell’attore?
Per quanto riguarda il glorioso mestiere di attore, oltre alle ospitate editoriali con il signor Bizzarri a “DiMartedì” (tutto sotto controllo), ci sono belle notizie. A ottobre partirà la tournée di Closer, pièce di Patrick Marber da cui il grande Mike Nichols ha tratto l’omonimo film. A febbraio riprenderò il monologo Sfidati di me, una nuova esplorazione del tormentato rapporto padre-figli, con la regia di Gioele Dix. E attenzione: il 14 giugno al Piccolo Teatro di Milano si terrà una serata speciale dedicata a Gaber, sempre diretta da Dix, inserita nel cartellone milanese per celebrare uno dei più grandi maestri della canzone italiana. Insomma, mica si scherza, si fa sul serio.
Un film dal romanzo? Perché no… ma senza di me davanti alla macchina da presa!
Ho scritto un romanzo con questo obiettivo in mente: magari un giorno da trasformare in film. Ma attenzione, gentili spettatori, non immaginate di ritrovarmi in nessuno dei personaggi. No, no, a me quel ruolo non interessa proprio. Preferisco che il cast sia popolato da attori sconosciuti, facce nuove, fresche e magari un po’ sperdute, tanto per non farsi mancare nulla. Se proprio devo concedermi un ruolo, scelgo la regia: insomma, me la canto e me la suono con sommo piacere e senza alcuna umiltà.
Paolo riflette con sagace amarezza:
“Col tempo ti rendi conto che il tempo a disposizione scarseggia, che sta scivolando velocemente via e le cose belle restano spesso non dette.”
La scintilla autobiografica
Non stupisce allora che la partenza per questa introspezione sia figlia di un evento troppo umano e doloroso: la morte dei genitori di Paolo.
Paolo racconta:
“Quando a breve distanza uno dall’altro sono venuti a mancare i miei genitori, insieme a mia sorella abbiamo dovuto fare i conti con la loro casa. Tra le tante cose abbiamo trovato circa cinquecento lettere che mio padre aveva scritto a mia madre, quando era in servizio militare. Leggendole, ho scoperto una persona completamente diversa da quella che avevo sempre immaginato.”
Chi era davvero?
“Un uomo insicuro, bisognoso di attenzioni, quasi ombroso, ben lontano dall’immagine di forza che spesso abbiamo. Mentre mia madre lo sosteneva, solare e robusta, lui sembrava vivere in una dimensione più fragile. Poco prima della sua morte ho scoperto che da giovane sognava di viaggiare, di fuggire dal negozio di tappeti ereditato dai nonni e di imbarcarsi. È proprio vero: proiettati solo su noi stessi, raramente vediamo veramente chi sono i nostri genitori.”
Il riflesso tra padre e figlio
Nel romanzo, il protagonista scopre il padre ma, allo stesso tempo, si interroga su cosa significhi essere figlio. Una doppia faccia della stessa medaglia?
Paolo spiega con ironico distacco:
“Personalmente, sono più interessato alla relazione padre-figlio che al concetto di paternità in senso stretto — e dico questo perché è più facile immedesimarmi con la figura del figlio. Guardi indietro al rapporto che hai avuto con tuo padre e ti chiedi: ‘Aveva ragione? Che figlio ero?’. Poi guardi i tuoi figli e ti accorgi che stai facendo esattamente le stesse cose un po’ maldestre che faceva lui.”
Insomma, una splendente circolarità di difetti e imperfezioni che, ovviamente, nessuno di noi avrebbe mai voluto replicare.
Naturalmente, gli scrittori mischiano sempre un bel po’ di se stessi nelle loro storie, vero o falso?
Paolo mette le cose in chiaro:
“C’è un po’ di me in entrambi i fratelli. Sorprendentemente, anche in quel padre che non si è mai mostrato per intero a chi gli stava vicino. Io sono quello che vedete, ma come lui non metto mai tutte le carte in tavola.”
E in merito al suo rapporto reale con la figlia?
“Rispetto alla figlia del protagonista, la mia è già una donna adulta. Però, quando aveva più o meno la stessa età di Marta…” (la frase rimane sospesa, ma possiamo immaginare che anche nella vita reale la complessità familiare si rispecchi in sfumature variegate come nel libro).
Ah, la tanto amata incomunicabilità tra padri e figli, quel passatempo inevitabile di certe fasi della loro esistenza, dove – giustamente – ciò che fanno e pensano rimane un mistero sacro e non deve assolutamente essere condiviso con noi poveri adulti. Non devono dirci tutto, mai. Noi, nel frattempo, ci limitiamo ad accettare con stoica pazienza questo loro “processo di emancipazione e maturazione”. Che poesia della famiglia moderna!
Riguardo alla mia famiglia? Beh, niente di straordinario: genitori “presenti” che hanno fatto il loro dovere. Un’infanzia agiata il giusto per non farci mancare nulla, anche se con qualche sacrificio economico ben calcolato. Per esempio, mi hanno spedito in una scuola privata di Genova, nota e costosa, frequentata dai rampolli più benestanti della città. Indovinate? Mai provato il benché minimo senso di inadeguatezza. Anzi, mi sentivo un privilegiato, coccolato dall’amore e dalla sicurezza che solo una famiglia di quel calibro riesce a trasmettere, molto made in “tutto per il successo”.
Ed eccoci alle radici armene, altro magnifico capitolo di questa saga familiare. Il bisnonno paterno ha proiettato i nostri natali oltre confine, in una fuga epica verso l’Italia – qualcosa che risale a un passato ormai lontano. Eppure, a dispetto della distanza temporale, quelle radici le sento ancora ben vive. Il 24 aprile, quando tutto il mondo “ricorda” il genocidio armeno del 1915, per me è un momento sacro, commemorativo. In una collaborazione con un ex ambasciatore armeno in Italia, ho prodotto un video intitolato “Io sono armeno”. Non che abbia mai messo piede in Armenia, ma l’idea di visitarla mi attira visceralmente. Naturalmente, la mia compagna sostiene che io ci “giri intorno”, faccia continue marce indietro e rimandi ad libitum… tradotto: paura reverenziale o forse semplice procrastinazione degna di nota.
L’associazione “C’è Da Fare”: filantropia con stile
Sono il fondatore e presidente di “C’è Da Fare”, un’associazione no profit nata nel lontano (beh, non tanto) 2023. Il progetto si ispira alla canzone omonima del 2019 che, con il sostegno di oltre 25 artisti, si era proposta di raccogliere fondi per persone in condizioni di fragilità. Da lì, il progetto è diventato un vero e proprio movimento, dedicato all’assistenza di adolescenti affetti da patologie psicologiche gravi, oltre a fornire supporto alle rispettive famiglie. Abbiamo persino un protocollo con l’ospedale di Niguarda per un’équipe medica ad alta intensità, una sorta di modello replicabile in altri ospedali. Immaginate la mia sorpresa nel constatare un’impennata di adolescenti accalcati nei pronto soccorso per problemi psicologici, mentre il nostro glorioso Servizio Sanitario Nazionale sembrava, molto elegantemente, impreparato. Così ho deciso di mettere il mio mattoncino nel grande muro dell’indifferenza sanitaria.
Che fine ha fatto la carriera dell’attore?
Per quanto riguarda il glorioso mestiere di attore, oltre alle ospitate editoriali con il signor Bizzarri a “DiMartedì” (tutto sotto controllo), ci sono belle notizie. A ottobre partirà la tournée di Closer, pièce di Patrick Marber da cui il grande Mike Nichols ha tratto l’omonimo film. A febbraio riprenderò il monologo Sfidati di me, una nuova esplorazione del tormentato rapporto padre-figli, con la regia di Gioele Dix. E attenzione: il 14 giugno al Piccolo Teatro di Milano si terrà una serata speciale dedicata a Gaber, sempre diretta da Dix, inserita nel cartellone milanese per celebrare uno dei più grandi maestri della canzone italiana. Insomma, mica si scherza, si fa sul serio.
Un film dal romanzo? Perché no… ma senza di me davanti alla macchina da presa!
Ho scritto un romanzo con questo obiettivo in mente: magari un giorno da trasformare in film. Ma attenzione, gentili spettatori, non immaginate di ritrovarmi in nessuno dei personaggi. No, no, a me quel ruolo non interessa proprio. Preferisco che il cast sia popolato da attori sconosciuti, facce nuove, fresche e magari un po’ sperdute, tanto per non farsi mancare nulla. Se proprio devo concedermi un ruolo, scelgo la regia: insomma, me la canto e me la suono con sommo piacere e senza alcuna umiltà.
La musica ha sempre fatto capolino nella vita di Paolo Kessisoglu, anche se, diciamolo, era un hobby lasciato da parte per inseguire la più nobile carriera comica. Curioso come, quando lui e Luca Bizzarri si presentano per il solito commento da Massimo Floris, è sempre lui quello che impugna la chitarra. Da bravo nostalgico, prima dell’Accademia d’arte drammatica, ha studiato chitarra, ha fatto i primi passi in un complessetto jazz e più recentemente ha sfornato qualche singolo musicale. Nel 2025 ha persino calcato il palco di Sanremo insieme alla figlia con una performance dal titolo Paura di me. Insomma, avreste giurato che da un tipo così lanciato nel mondo dell’arte musicale ci saremmo aspettati un disco, non un… romanzo.
E invece, sorpresa delle sorprese, domani esce Ieri è il momento giusto, pubblicato da Solferino, un romanzo on the road che parla di paternità. La trama? Due fratellastri appena scoperti si mettono in viaggio per scoprire il mistero del genitore improvvisamente scomparso. Ironico ma per nulla comico, il libro ha il sapore amaro di chi si rende conto che spesso scopriamo chi sono stati i nostri genitori solo quando ormai non ci sono più. Letteralmente un colpo di scena per qualcuno che tutti immaginavano vicino a un disco, non a una penna.
Paolo Kessisoglu racconta:
“Il libro è arrivato quasi all’improvviso anche per me, non era per niente nei miei piani. Certo, un album sarebbe stata la scelta più naturale per uno che ha passato la vita con una chitarra in mano. Ma la scrittura si è imposta come una necessità fisiologica. Ammetto che, inizialmente, ero incerto, ma quando lo proposi alla mia editor, mi diede una bella spinta. Lavorandoci, ho scoperto la disciplina della scrittura, un mestiere complicato ma affascinante. Forse ho scoperto una parte di me che non conoscevo.”
Il paradosso della scoperta tardiva
Cosa c’è che ha smosso tutto questo? Paolo spiega:
“La base è semplice: scopriamo la verità sui nostri genitori quando ormai non possono più raccontarcela di persona. Da qui il titolo Ieri è il momento giusto, perché la consapevolezza arriva sempre fuori tempo, troppo tardi. Avresti dovuto farlo prima, parla con loro, scoprire chi erano, ma eravamo troppo impegnati a rincorrere le cose che erroneamente crediamo urgenti. Nel frattempo trascuriamo relazioni ben più importanti, quelle che ci arricchirebbero davvero.”
Lui stesso cita nel romanzo una gemma perfetta: “Passiamo la vita a dirci cose banali e non prendiamo mai il tempo per pronunciare quelle belle”. In poche parole, il trionfo della banalità emotiva che ci contraddistingue.
Paolo riflette con sagace amarezza:
“Col tempo ti rendi conto che il tempo a disposizione scarseggia, che sta scivolando velocemente via e le cose belle restano spesso non dette.”
La scintilla autobiografica
Non stupisce allora che la partenza per questa introspezione sia figlia di un evento troppo umano e doloroso: la morte dei genitori di Paolo.
Paolo racconta:
“Quando a breve distanza uno dall’altro sono venuti a mancare i miei genitori, insieme a mia sorella abbiamo dovuto fare i conti con la loro casa. Tra le tante cose abbiamo trovato circa cinquecento lettere che mio padre aveva scritto a mia madre, quando era in servizio militare. Leggendole, ho scoperto una persona completamente diversa da quella che avevo sempre immaginato.”
Chi era davvero?
“Un uomo insicuro, bisognoso di attenzioni, quasi ombroso, ben lontano dall’immagine di forza che spesso abbiamo. Mentre mia madre lo sosteneva, solare e robusta, lui sembrava vivere in una dimensione più fragile. Poco prima della sua morte ho scoperto che da giovane sognava di viaggiare, di fuggire dal negozio di tappeti ereditato dai nonni e di imbarcarsi. È proprio vero: proiettati solo su noi stessi, raramente vediamo veramente chi sono i nostri genitori.”
Il riflesso tra padre e figlio
Nel romanzo, il protagonista scopre il padre ma, allo stesso tempo, si interroga su cosa significhi essere figlio. Una doppia faccia della stessa medaglia?
Paolo spiega con ironico distacco:
“Personalmente, sono più interessato alla relazione padre-figlio che al concetto di paternità in senso stretto — e dico questo perché è più facile immedesimarmi con la figura del figlio. Guardi indietro al rapporto che hai avuto con tuo padre e ti chiedi: ‘Aveva ragione? Che figlio ero?’. Poi guardi i tuoi figli e ti accorgi che stai facendo esattamente le stesse cose un po’ maldestre che faceva lui.”
Insomma, una splendente circolarità di difetti e imperfezioni che, ovviamente, nessuno di noi avrebbe mai voluto replicare.
Naturalmente, gli scrittori mischiano sempre un bel po’ di se stessi nelle loro storie, vero o falso?
Paolo mette le cose in chiaro:
“C’è un po’ di me in entrambi i fratelli. Sorprendentemente, anche in quel padre che non si è mai mostrato per intero a chi gli stava vicino. Io sono quello che vedete, ma come lui non metto mai tutte le carte in tavola.”
E in merito al suo rapporto reale con la figlia?
“Rispetto alla figlia del protagonista, la mia è già una donna adulta. Però, quando aveva più o meno la stessa età di Marta…” (la frase rimane sospesa, ma possiamo immaginare che anche nella vita reale la complessità familiare si rispecchi in sfumature variegate come nel libro).
Ah, la tanto amata incomunicabilità tra padri e figli, quel passatempo inevitabile di certe fasi della loro esistenza, dove – giustamente – ciò che fanno e pensano rimane un mistero sacro e non deve assolutamente essere condiviso con noi poveri adulti. Non devono dirci tutto, mai. Noi, nel frattempo, ci limitiamo ad accettare con stoica pazienza questo loro “processo di emancipazione e maturazione”. Che poesia della famiglia moderna!
Riguardo alla mia famiglia? Beh, niente di straordinario: genitori “presenti” che hanno fatto il loro dovere. Un’infanzia agiata il giusto per non farci mancare nulla, anche se con qualche sacrificio economico ben calcolato. Per esempio, mi hanno spedito in una scuola privata di Genova, nota e costosa, frequentata dai rampolli più benestanti della città. Indovinate? Mai provato il benché minimo senso di inadeguatezza. Anzi, mi sentivo un privilegiato, coccolato dall’amore e dalla sicurezza che solo una famiglia di quel calibro riesce a trasmettere, molto made in “tutto per il successo”.
Ed eccoci alle radici armene, altro magnifico capitolo di questa saga familiare. Il bisnonno paterno ha proiettato i nostri natali oltre confine, in una fuga epica verso l’Italia – qualcosa che risale a un passato ormai lontano. Eppure, a dispetto della distanza temporale, quelle radici le sento ancora ben vive. Il 24 aprile, quando tutto il mondo “ricorda” il genocidio armeno del 1915, per me è un momento sacro, commemorativo. In una collaborazione con un ex ambasciatore armeno in Italia, ho prodotto un video intitolato “Io sono armeno”. Non che abbia mai messo piede in Armenia, ma l’idea di visitarla mi attira visceralmente. Naturalmente, la mia compagna sostiene che io ci “giri intorno”, faccia continue marce indietro e rimandi ad libitum… tradotto: paura reverenziale o forse semplice procrastinazione degna di nota.
L’associazione “C’è Da Fare”: filantropia con stile
Sono il fondatore e presidente di “C’è Da Fare”, un’associazione no profit nata nel lontano (beh, non tanto) 2023. Il progetto si ispira alla canzone omonima del 2019 che, con il sostegno di oltre 25 artisti, si era proposta di raccogliere fondi per persone in condizioni di fragilità. Da lì, il progetto è diventato un vero e proprio movimento, dedicato all’assistenza di adolescenti affetti da patologie psicologiche gravi, oltre a fornire supporto alle rispettive famiglie. Abbiamo persino un protocollo con l’ospedale di Niguarda per un’équipe medica ad alta intensità, una sorta di modello replicabile in altri ospedali. Immaginate la mia sorpresa nel constatare un’impennata di adolescenti accalcati nei pronto soccorso per problemi psicologici, mentre il nostro glorioso Servizio Sanitario Nazionale sembrava, molto elegantemente, impreparato. Così ho deciso di mettere il mio mattoncino nel grande muro dell’indifferenza sanitaria.
Che fine ha fatto la carriera dell’attore?
Per quanto riguarda il glorioso mestiere di attore, oltre alle ospitate editoriali con il signor Bizzarri a “DiMartedì” (tutto sotto controllo), ci sono belle notizie. A ottobre partirà la tournée di Closer, pièce di Patrick Marber da cui il grande Mike Nichols ha tratto l’omonimo film. A febbraio riprenderò il monologo Sfidati di me, una nuova esplorazione del tormentato rapporto padre-figli, con la regia di Gioele Dix. E attenzione: il 14 giugno al Piccolo Teatro di Milano si terrà una serata speciale dedicata a Gaber, sempre diretta da Dix, inserita nel cartellone milanese per celebrare uno dei più grandi maestri della canzone italiana. Insomma, mica si scherza, si fa sul serio.
Un film dal romanzo? Perché no… ma senza di me davanti alla macchina da presa!
Ho scritto un romanzo con questo obiettivo in mente: magari un giorno da trasformare in film. Ma attenzione, gentili spettatori, non immaginate di ritrovarmi in nessuno dei personaggi. No, no, a me quel ruolo non interessa proprio. Preferisco che il cast sia popolato da attori sconosciuti, facce nuove, fresche e magari un po’ sperdute, tanto per non farsi mancare nulla. Se proprio devo concedermi un ruolo, scelgo la regia: insomma, me la canto e me la suono con sommo piacere e senza alcuna umiltà.



