L’imprenditore noto per aver dato vita agli orologi Hublot si è appena visto sbattere la porta in faccia: niente più sogni di gloria nella centralissima zona delle Cinque Vie a Milano. Il terreno dove avrebbe sperato di edificare una struttura strabiliante, degna della sua fama, è finito sotto sequestro. Non solo: anche il Comune, che fino a ieri sembrava entusiasta, ha fatto marcia indietro sul progetto. Insomma, il castello di carte sta cadendo prima ancora che qualcuno possa dire “design di lusso”.
Se pensavate che ottenere il permesso fosse solo una formalità e che i soldi bastassero a comprare qualsiasi cosa, vi sbagliate di grosso. Il piano adesso sembra non solo improbabile, ma praticamente destinato a naufragare. Nessuno vuole più quelle carte da firmare, e tutti gli indagati nell’inchiesta sono pronti a scivolare nell’oblio delle burocrazie milanesi.
Quando il lusso inciampa sulle procedure
Questa vicenda offre uno spettacolo davvero istruttivo e, perché no, anche un po’ comico: da un lato, un imprenditore miliardario che vorrebbe scolpire il suo nome nel marmo della città; dall’altro, le mura grigie del sistema amministrativo di Milano che si frappongono, con procedimenti giudiziari e sequestro preventivo come armi di questo nuovo “scontro di classe”.
Più che un progetto urbano d’avanguardia, sembra il copione di una commedia dell’assurdo dove gli attori principali sono le promesse non mantenute, i burocrati impassibili e i sogni di cemento che si dissolvono come acqua nel deserto.
Il Comune e la doppia faccia dell’urbanistica
Non possiamo ignorare il ruolo di primo piano del Comune di Milano: ieri spalancava porte e finestre per dare lustro alla zona Cinque Vie, oggi, invece, si annoda la cravatta e si defila con discrezione, come se quella storia fosse troppo scandalosa anche per i suoi gusti politici.
Inutile chiedersi se la scelta sia stata dettata da reali preoccupazioni legali o dalla classica paura di sporcare un’immagine impeccabile ai comandi cittadini. Quel che è certo è che questa improvvisa retromarcia trasforma un’opera ambiziosa in un fantasma che vaga tra faldoni e ingiunzioni. Ma si sa, a Milano, fare le cose per bene non è mai stato il forte di nessuno.



