Onorevoli lo riducono a un gioco: Europa si prepara alla guerra davvero o solo a fare scena?

Onorevoli lo riducono a un gioco: Europa si prepara alla guerra davvero o solo a fare scena?

Benvenuti nel magico mondo delle semplificazioni europee, ovvero il pacchetto di proposte legislative che i burocrati dell’Unione hanno pensato per accelerare la burocratica approvazione dei permessi necessari ai progetti legati alla difesa. Perché, si sa, evitare lungaggini è fondamentale quando si tratta di fabbriche di armi e sistemi bellici. Ma non finisce qui: queste proposte vogliono pure facilitare l’esportazione di materiale militare tra Paesi UE, semplificare le procedure di appalto in materia di sicurezza e difesa, armonizzare le normative chimiche ai requisiti militari e, dulcis in fundo, snellire l’implementazione del famoso Fondo europeo per la difesa (EDF).

Ovviamente, tutto questo fantasmagorico piano serve a supportare investimenti per la bellezza di 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni, nell’ambito del piano ReArm Europe/Readiness 2030. Obiettivo? Consentire agli Stati membri e all’industria militare di rispondere con prontezza alle “sfide della sicurezza” che, si sa, diventano sempre più pressanti e urgenti.

Velocizzare i permessi per i progetti di difesa? Certo, purché…

Ecco la chicca: per accelerare i permessi di costruzione di nuove fabbriche o per l’espansione delle esistenti, a livello UE si è approvato un termine “standard” di 42 giorni lavorativi per decidere. Sembra rapido? Aspettate, perché gli enti nazionali hanno la facoltà, caso per caso e in circostanze “eccezionali” – tipo progetti complessi o problemi ambientali e di sicurezza sul lavoro – di dilatare questo termine fino a due volte, aggiungendo fino a 60 giorni ciascuna. Sommate tutto e vi ritrovate con un massimo di 102 giorni. Più o meno tre mesi e mezzo, ma sempre nella cornice della “semplificazione”.

Ovviamente ogni proroga deve essere comunicata al povero promotore del progetto, con tanto di spiegazione dettagliata e una data prevista per la decisione. Novità “avanguardistiche”: se le autorità nazionali non si decidono entro la scadenza, scatta il “silenzio assenso” – cioè si presume autorizzato. Naturalmente, poi entro otto giorni devono informare il promotore e specificare i requisiti che il permesso deve ancora soddisfare. Insomma, un meccanismo così geniale che potrebbe fare invidia a un orologio rotto.

Come bonus, si chiede agli Stati di istituire punti unici di contatto per i promotori di progetti di difesa, con tracciamento digitale delle domande, report annuali alla Commissione sull’attività dei permessi e assistenza alle piccole e medie imprese. Un modello di trasparenza e coordinamento, almeno sulla carta. Se qualche Stato si dimentica, c’è sempre l’inevitabile “monitoraggio UE” che vigila sul rispetto di questo “trasparente” iter.

Trasferimenti e appalti militari intracomunitari: tutto più semplice, ma con un po’ di regole

Tra le proposte approvate, trovano spazio misure per eliminare gli ostacoli regolatori che rendono la vita difficile agli appalti pubblici nel settore difesa e ai trasferimenti di prodotti militari tra Paesi UE. Ora vedremo se la parola “eliminare” qui significa davvero “snellire” o solo “rimodulare”.

La novità più gioiosa è l’introduzione di una licenza generale di trasferimento per prodotti legati alla difesa, che dovrebbe – anzi, “dovrebbe” – facilitare la vita alle aziende del settore quando attraversano i confini del Vecchio Continente. Ovviamente ogni Stato membro dovrà pubblicare queste licenze per creare un quadro “più prevedibile” per i trasferimenti intra-UE. Chissà se la prevedibilità sarà quella tanto sognata o solo un fantasma burocratico in più.

Per quanto riguarda gli appalti, ecco la ciliegina sulla torta: aggiornamento e aumento della soglia per l’applicazione delle regole UE in materia, estensione da sette a dieci anni della durata massima degli accordi quadro e una flessibilità rinnovata per i Paesi a procedere con acquisti congiunti occasionali. Perché l’unione fa la forza, soprattutto quando si tratta di spendere soldi pubblici in armi, giusto?

Ma non è finita: Parlamento e Consiglio hanno aggiunto una dichiarazione congiunta, tutta impegnata a promettere un futuro in cui la Commissione unica potrà facilitare i trasferimenti intra-UE di prodotti di difesa e valutare criteri di preferenza europea negli appalti. Promesse, promesse…

Entrambe le istituzioni, in un raro momento di consenso, hanno ammesso quanto sia urgente potenziare la capacità difensiva europea entro il 2030, rafforzare la base tecnologico-industriale difensiva del continente (EDTIB), supportare le PMI del settore, rimuovere gli ingorghi negli appalti e garantire un mercato EU che funzioni bene per i prodotti militari – inclusi, guarda caso, l’accesso alle catene di fornitura intra-UE. Insomma, il solito cocktail di buoni propositi condito dal gergo istituzionale che fa tanto bene all’anima (e ai bilanci).

Investimenti e industria della difesa: semplificazione o nuova giungla burocratica?

Passando alla gestione e all’implementazione del Fondo europeo per la difesa (EDF), i legislatori hanno avuto la brillante idea di “semplificare” i criteri di assegnazione dei fondi. Tradotto: hanno aggiornato e precisato la lista dei parametri che determineranno a chi, come e perché verranno distribuiti i soldi pubblici europei a supporto di questa industria indubbiamente essenziale e (anche) molto redditizia.

Per chi si chiedesse se tutto questo sia un modo per aumentare la trasparenza o per evitare pasticci e sprechi, beh, non sarebbe male. Ma, francamente, non riesco a non immaginare commissioni, comitati, incontri e tavoli tecnici su tavoli tecnici per decidere di quali semplificazioni è necessario semplificare. Nel magnifico mondo delle burocrazie UE, ogni soluzione porta inevitabilmente a una nuova complicazione, con l’aria di chi pensa sia solo un altro passaggio verso un futuro più “efficiente”. E magari lo sarà, tra qualche decennio.

Aggiornati anche i criteri di finanziamento aumentato sotto il cappello dell’EDF, con una strombazzata attenzione particolare alle attività che coinvolgono piccole e medie imprese (PMI). Perché, si sa, nulla dice “potenziamento della difesa europea” quanto spingere quel credenzioso artigiano che produce bulloni per carri armati nella provincia più sperduta.

Non contenti, i nostri parlamentari hanno deciso di estendere tale finanziamento extra (già valido per i progetti PESCO, quella super alleanza di sicurezza europea) anche alle azioni legate alla tanto glorificata Struttura per il Programma Europeo di Armamenti (SEAP). Un posto così pomposo che perfino le sigle si fanno la guerra tra loro – tutto parte del Programma per l’Industria Europea della Difesa (EDIP), ovviamente.

In una mossa che sa tanto di politica-spettacolo, per rafforzare la collaborazione con l’Ucraina – quella stessa Ucraina bramosa di entrare nell’Unione –, sono stati riconosciuti eleggibili per i fondi EDF anche i costi legati ai test effettuati proprio sul suolo ucraino, candidato sfegatato e forse più fortunato destinatario di sovvenzioni.

Infine, l’accordo tra Parlamento e Consiglio ha pure il coraggio di sancire che gli Stati membri dell’UE (i soliti volenterosi) possono applicare certe esenzioni a normative ambientali e chimiche europee nel nome della difesa. Certo, naturalmente queste eccezioni saranno concesse solo quando “giustificate”, perché cosa c’è di più convincente della parola “giustificato” quando si tratta di svuotare un regolamento?

Dichiarazioni da Manuale del Perfetto Politico

Ecco cosa hanno detto i proposti relatori, o per gli amici “gli attori di questa tragicommedia”: Lucia Yar (Renew Europe, Slovacchia) e Henrik Dahl (EPP, Danimarca) sono i fari dell’accelerazione nelle autorizzazioni per i progetti di difesa, mentre Pekka Toveri (EPP, Finlandia) e Anna-Maja Henriksson (Renew Europe, Finlandia) si sono destreggiati nella semplificazione dei trasferimenti intra-UE di prodotti bellici e degli acquisti pubblici da infarto.

Sven Mikser (S&D, Estonia), Aura Salla (EPP, Finlandia) e Pierfrancesco Maran (S&D, Italia) hanno invece lavorato sodo per migliorare la prontezza difensiva e facilitare gli investimenti, nel solito cocktail amaro di burocrazia e sogni di gloria.

Prossimi Capitoli di questa Saga Infinita

Per ora, siamo fermi ai “protocolli di intesa” provvisori, quelle belle dichiarazioni d’intenti che devono ancora passare il vaglio definitivo di Parlamento e Consiglio. Insomma, prima di trasformare queste meraviglie legislative in vere leggi, servirà un ultimo giro di valzer tra istituzioni con oratori esperti nell’arte del rinvio.

Un Pacchetto di Belle Parole che Potrebbe Cambiare Poco

Tutto questo rutilante impegno nasce dal cosiddetto pacchetto “Omnibus sulla Prontezza della Difesa” presentato dalla Commissione nell’ormai lontano giugno 2025. Obiettivo dichiarato? Semplificare regole e rimuovere ostacoli amministrativi per dare una spinta supersonica all’industria europea della difesa. Come sempre, mirano a velocizzare gli investimenti, a migliorare la cooperazione e a rafforzare la cosiddetta base tecnologica e industriale della difesa europea (EDTIB) rivedendo norme di appalto, finanziamenti, cooperazioni transfrontaliere e autorizzazioni, tutto in salsa “più flessibile e più efficiente”.

Per chi si fosse perso nella giungla normativa, parliamo di due regolamenti e una direttiva, accompagnati da bozze di regolamenti delegati. Insomma, un menù così ricco che i veri protagonisti sono i moduli burocratici, più che i tank sull’autostrada.

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