L’intelligenza artificiale che fa crescere i giovani talenti in fretta perché il mercato del lavoro è un disastro, parola del fondatore

L’intelligenza artificiale che fa crescere i giovani talenti in fretta perché il mercato del lavoro è un disastro, parola del fondatore

Orlando Bravo, cofondatore del fondo di private equity Thoma Bravo, ci regala una perla di ottimismo sfrenato sulla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, o AI, che trasformerà – ne siamo certi – il ruolo dei giovanissimi lavoratori eliminando il lavoro noioso e ripetitivo. Una visione idilliaca, in un momento in cui, guarda caso, cresce la preoccupazione per i danni che questa stessa tecnologia sta causando ai ruoli entry-level.

Durante un brillante intervento alla conferenza SuperReturn a Berlino, Bravo ha spiegato in cosa consisterà la nuova era per i giovani associati delle società di investimento, sempre più sostenuti dall’AI. Secondo lui, questi ragazzi matureranno molto più rapidamente, passando da semplici miniature di calcolatori umani a investitori veri e propri. Il modello Excel? Dimenticatelo! Grazie all’AI, i giovani lavorano meno a “modelli e comparables” per dedicarsi finalmente a pensare in grande, a ragionare come veri imprenditori.

E non solo: Bravo si vanta pure di non doverli più disturbare a mezzanotte per mandare avanti qualche modello noioso: “Posso farlo io molto più rapidamente con l’AI”, dice con l’aria del genio illuminato che migliora la vita degli altri. Un intenditore della felicità, a quanto pare.

Un futuro rosa per i giovani? O uno scenario da incubo mascherato da innovazione?

Nel frattempo, la realtà ci sbatte in faccia dati tutt’altro che rassicuranti. Nel Regno Unito, il numero di giovani “NEET” (cioè quelli non impegnati né nello studio, né nel lavoro, né in formazione) ha superato il milione nei primi quattro mesi dell’anno. Che combinazione, proprio quando l’AI dovrebbe portare manna dal cielo.

Nel Regno Unito e negli Stati Uniti il mercato del lavoro per i neofiti è diventato più competitivo che mai, con migliaia di licenziamenti e posti entry-level che spariscono al galoppo mentre le aziende sfruttano l’AI per tagliare costi a scapito dei novellini.

Bello sentire, allora, il nostro Bravo che ci rassicura: “Per i giovani l’AI sarà fantastica!” perché “se pensi a un associato solo come a qualcuno che fa fogli di calcolo, allora davvero non serve più nessuno”. Eh sì, signori, il modello “data entry” è fuori moda. Ora gli associati devono chiamare i CEO, creare relazioni, insomma, fare il lavoro vero e grosso. Una rivoluzione, no?

Peccato però che, nella gloriosa carriera trentennale del buon Bravo, sia la prima volta che si trova a dover assumere più persone proprio perché “l’AI crea più lavoro”. Curioso vero? Mentre per milioni di altri l’AI sta solo raddoppiando la disoccupazione, lui ci dice che le opportunità abbondano, basta saperle vedere (o forse solo saperle raccontare bene).

AI, licenziamenti a go-go e il paradosso delle promesse

Se forse qualcuno si fosse illuso, ecco che rimane il dettaglio delle decine di migliaia di licenziamenti tecnologici negli USA nel 2025, con colossi come Salesforce, IBM e Microsoft che proprio l’AI indicano come giustificazione. Persino Meta, quando annuncia che taglierà circa il 10% del personale, acusa l’esplosione delle spese per l’infrastruttura AI come pretesto per levare di mezzo dipendenti. Un modo elegante per dire “l’AI ci fa risparmiare sul personale”.

E non è tutto. Block, la società di Jack Dorsey, ha liquidato oltre 4.000 dipendenti – più della metà – raccontando che l’efficienza maggiore con un team ridotto e l’AI che automatizza (leggi: licenzia) fa miracoli. Chissà come la pensano quei giovani che cercano lavoro e vedono un armageddon davanti a sé.

La risposta della politica: corsi di formazione e belle promesse

In mezzo a questa giostra di licenziamenti e precarietà, la segretaria alla tecnologia del Regno Unito, Liz Kendall, si lancia in un impegno alle stelle: vuole “formare 10 milioni di lavoratori entro il 2030” con corsi gratuiti di AI, convinta che – guarda un po’ – nel futuro un lavoratore con competenze in AI guadagnerà fino al 25% in più. Una carineria politica che sembra rimandare tutto alla “formazione continua”, come se bastasse un corso online a cancellare il disastro occupazionale.

Liz Kendall ha detto in un’intervista:

“Aiuteremo le persone nella transizione lavorativa, forniremo competenze, riprogetteremo i lavori entry-level. La verità è che le competenze in AI aumentano le probabilità di trovare un lavoro e guadagnare di più, ed è per questo che ci stiamo impegnando così tanto.”

Può suonare tutto molto rassicurante, ma la domanda vera è: mentre si forma chi si è già fortunato a conservare un posto di lavoro, cosa succede agli altri? La narrazione di un futuro meraviglioso a colpi di AI rischia di essere solo l’ennesimo specchietto per le allodole che nasconde una realtà fatta di disoccupazione giovanile, precarietà e licenziamenti di massa.

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