Ah, gli anni ’70 e il loro irresistibile fascino per i britannici di una certa età: prezzi del petrolio alle stelle, dove fare il pieno significava avventurarsi in una specie di caccia al tesoro tra pompe che esponevano il cartello “Sorry, No Petrol”. Ma non finisce qui: c’era la sempreverde penuria di cibo, la settimana lavorativa di tre giorni imposta dallo Stato (un vero regalo per gli amanti del part-time involontario), blackout elettrici come se piovessero, e la romantica immagine dei poveri studenti che studiavano alla luce tremolante delle candele. Tutto condito da picchi vertiginosi di inflazione e disoccupazione, ovviamente.
Ma, cari ottimisti, non disperate troppo: secondo un’analisi dell’indipendente Office for Budget Responsibility, l’intensità energetica del PIL britannico è calata del 70% dagli anni ’70, grazie a miglioramenti nell’efficienza energetica e al declino dell’industria pesante. Quindi, in teoria, anche un lungo aumento dei prezzi dell’energia non dovrebbe affondare l’economia come allora. Paradiso! O quasi.
Ecco però la realtà, quella più cinica: pur essendo un paese con una produzione interna di petrolio e gas non irrilevante, la Gran Bretagna è tutt’altro che un’oasi felice rispetto a giganti come Giappone o alcune potenze della zona euro. Perché? Semplice, il rincaro del gas e del petrolio sta facendo brillare le stesse fiamme di un inferno economico.
Il motivo? I prezzi dell’elettricità nel Regno Unito sono “inquietantemente” più alti di quelli dei competitor. L’International Energy Agency ci regala una chicca: ad aprile il prezzo medio per megawattora nel Regno Unito era di 110,56 dollari, contro i 92,89 in Giappone, 88,98 in Germania, 44,19 in Francia e un irrisorio 26,48 negli Stati Uniti. Un affarone, insomma.
I magnifici ministri britannici scaricano la colpa sul sistema di “prezzo marginale” inglese, uno spettacolo di efficienza in cui l’ultima e più cara fonte di energia utilizzata per soddisfare la domanda fissa il prezzo per tutte le altre. Attualmente, tale fonte è il gas naturale, che ha generato profitti faraonici per generatori che non hanno scelto contratti a prezzo fisso, come i produttori di energie rinnovabili. Sì, proprio quelli che qualcuno vorrebbe far credere siano la panacea di tutti i mali.
Energy U.K., il consorzio del settore, nella sua infinita saggezza, sostiene che il sistema funzioni perché utilizza prima l’energia più economica, e che il gas stabilisce il prezzo solo perché “è tipicamente la fonte flessibile necessaria quando le rinnovabili non bastano.”
Nel frattempo, il governo — quello stesso che ha intrapreso una corsa verso la neutralità carbonica accusata da molti di aver fatto schizzare alle stelle i costi energetici — ha appena annunciato di voler spezzare questo legame tra i prezzi del gas e dell’elettricità. Strategia geniale, eh?
Nel frattempo, il settore che consuma molta energia è sotto assedio. Prendiamo Denby Pottery, uno dei nomi più illustri della fabbricazione britannica di porcellane: è andata in amministrazione controllata a marzo, colpevole come un colpevole qualunque di energia e lavoro troppo costosi. Il governo invece si dimena nel tentativo di salvare la British Steel, ultima produttrice di acciaio “vergine” del paese attraverso i costosissimi altiforni, spendendo oltre un milione di sterline al giorno. Un vero affare per le casse dello Stato.
I consumatori? Grazie, hanno fame… e bollette
Quando si tratta di famiglie, la musica non cambia: a giugno del 2025, i britannici dovevano già più di 4,4 miliardi di sterline ai fornitori di energia, con un quarto delle famiglie in arretrato nei pagamenti. E attenzione, perché quasi tre quarti di questo debito non è garantito, il che significa che tocca agli altri — i poveri cristi puntualmente puntati come pagatori — farsi carico del conto salato.
Come se non bastasse, l’aumento dei costi energetici sta facendo da benzina sul fuoco di un’inflazione già in piena corsa: qualche studio illuminato ha previsto che i prezzi del cibo nel Regno Unito saranno il 50% più alti entro novembre rispetto al 2021. Roba da non mettere più piede in un supermercato senza aver deciso di picchettare il proprio portafoglio.
Non sorprende che, come evidenziato dalla Bank of England, i britannici abbiano già cominciato a mettere da parte i risparmi, in previsione di bollette pesanti come un macigno. Col risultato, quasi scontato, che la spesa al dettaglio sta arrancando: testimoni ne sono i recenti avvisi di profitto negativi di giganti come J Sainsbury, Shoe Zone e WH Smith, senza parlare delle rovinate case di costruzione come Crest Nicholson, Taylor Wimpey e Berkeley Group. Restate sintonizzati, il peggio deve ancora venire.
Mondo in subbuglio e il Regno Unito in caduta libera
Lo scenario globale non fa certo scherzi. Le esportazioni del Regno Unito verso gli Stati Uniti sono crollate del 25% dopo i dazi “liberatori” imposti dall’ex presidente Trump, che hanno ridotto drasticamente la vendita di merci britanniche, mentre le importazioni sono aumentate, generando una spirale di deficit commerciale con il partner più importante per tre mesi di fila. Perfetto.
Nel tentativo di tamponare la situazione, il governo britannico sta persino considerando di permettere alle compagnie aeree di consolidare i voli per gestire i costi del carburante per jet, ormai alle stelle. Geniale: meno voli, più problemi per i viaggiatori, ma risparmi energetici, dicono loro.
E, dulcis in fundo, dopo tutto questo caos, Trump ha addirittura tolto i dazi sul whisky scozzese in “onore” del re Charles. Il whisky, che impiega circa 40.000 persone in Scozia e rappresenta il 23% delle esportazioni di beni del 2025, assorbe anche gran parte delle botti di bourbon usate dagli Usa. Un brindisi amaro agli equilibri economici mondiali, insomma.



