Che sorpresa: Milano decide di mantenere il suo amatissimo gemellaggio con Tel Aviv. Nonostante un’aula insolitamente gremita a notte fonda, il consiglio comunale ha tirato fuori il cilindro del rifiuto con 21 no, 17 sì e un “presente non partecipante” – perché si sa, la partecipazione attiva è sopravvalutata. Da notare il cambio di rotta rispetto a ottobre, quando la tregua scadente aveva fatto pendere la bilancia verso la sospensione. Ma a quanto pare, fino a prova contraria, il business è business.
Il voto? Ah, il voto è stata una commedia degna di un teatro dell’assurdo. Il protagonista principale: l’opposizione tutta, schierata compatta contro la sospensione. Poi spuntano dal cilindro tre consigliere del Partito Democratico – insospettabili Osculati, Vasile e Arienta – che, cambiando idea come cambiano idea sulle mode, votano tutto il contrario di prima. E non solo loro; pure tre della Lista Sala fan festa con un distinto no. Interessante è l’antefatto: proprio poco prima di mettere la croce sul “no”, si vociferava che avrebbero fatto gli spettatori o addirittura sarebbero usciti dall’aula. Ovviamente, senza quei sei no, la proposta dei Verdi avrebbe passato il turno senza problemi. Il dramma politico in salsa meneghina.
Il Partito Democratico si è improvvisamente risvegliato dall’auto-prudenza delle ultime settimane, quella che puntava sotto traccia ad evitare un voto per non riaprire ferite “a la carte” di ottobre. Evidentemente, a maggioranza, hanno deciso che è il momento di giocare a carte scoperte a favore dei Verdi. Ma il piacere è breve, perché i centristi non hanno perso tempo a lanciare frecciate infuocate, accusando i dem di aver fatto a pezzi quel delicato equilibrio che si chiama “linea del sindaco” Beppe Sala, che pure, in tutta la sua magnanimità, aveva concesso libertà di voto ma puntava al mantenimento di quel gemellaggio tanto caro.
Un trionfo amaro per i Verdi
Oltra alle simpatie numeriche perdute, il voto rappresenta un successo politico non da poco per i Verdi, i quali – beffardamente accusati di voler spaccare il centrosinistra – hanno invece dimostrato un’astuzia degna di una tregua diplomaticamente sensibile. Nonostante la sconfitta, hanno recuperato il consenso di gran parte del Partito Democratico, smontando così la favola del partito “isolato e pericoloso”. L’asse si è spostato, e oggi la maggioranza realmente dominante su temi internazionali è quella di sinistra, tanto per gradire.
Francesca Cucchi dei Verdi ha spiegato – quasi con tenerezza – la linea del testo: “Capisco l’importanza del dialogo, ma questo non può precludere un segnale chiaro. Non serve a Milano fare pressione su Tel Aviv, che già guarda con occhi vigili la vicina Gaza. Il dialogo di pace tra città è sacrosanto, ma prendere una posizione netta è altrettanto fondamentale.” Ah, e un commosso omaggio a Carlo Monguzzi, consigliere Verde recentemente scomparso, raccontato come il loro irrinunciabile compagno di una battaglia condivisa nonostante le differenze.
Insulti e caos in aula: l’epilogo da commedia dell’arte
Il momento più esilarante? Senza dubbio lo “spettacolo” offerto da Daniele Nahum di Azione, rappresentante della comunità ebraica, che aveva promesso l’abbandono della maggioranza se avesse vinto la sospensione. Nahum ha preso la parola negando con un aplomb da perfezionista che la tregua fosse stata rotta a Gaza. Ma il pubblico, con un entusiasmo degno di un derby calcistico, ha risposto con insulti più o meno gentili: “Fascista!” urlato dagli spalti e un paradossale “Negare la Shoah è come ciò che stai facendo tu” – ovviamente senza considerare il minimo contraddittorio. I vigili urbani hanno avuto il loro bel da fare ad accompagnare fuori i più agitati, mentre Manfredi Palmeri di Noi Moderati correva come un toro infuriato a placare gli astanti.
La via tortuosa verso il voto
La sospensione del gemellaggio era stata stranamente “richiamata” in aula lunedì sera da Deborah, una consigliera di Forza Italia, confermando che quando si tratta di politica interna e questioni di pace, il teatro milanese non perde occasione per offrirci colpi di scena. Una serata all’insegna della coerenza, insomma: quella che cambia più spesso di un campione di Formula 1 in frenata.
Sembra che stavolta il teatrino politico di Palazzo Marino abbia raggiunto nuovi picchi di imbarazzo. Insolitamente, perché di norma a richiamare all’ordine sono i proponenti dei testi, ma qui qualcuno ha deciso di fregarsene delle regole e, chissà, forse per riempire il vuoto cosmico di contenuti davvero rilevanti. Il tutto è stato presentato come un modo per “sbloccare” l’inerzia politica che, a detta di Giovanati, avrebbe messo in secondo piano le vere priorità della città. Il risultato? Un teatrino che, guarda caso, non ha spostato una virgola sui grandi problemi cittadini, ma ha fatto scintille tra i banchi del Partito Democratico.
La coordinatrice del Pd, Beatrice Uguccioni, con tono da predicatrice di morale politica, ha voluto ricordare l’ormai mitico voto di ottobre sulla sospensione del gemellaggio con Tel Aviv, un voto “svanito” nei meandri superiori delle istituzioni, con un chiaro riferimento – mica tanto velato – al sindaco che sembra avesse altro a cui pensare. Ha ribadito la necessità di una “fermezza etica”, perché tornare a chiedere ciò che si ritiene giusto è la bandiera di chi vuole sembrar serio, anche se poi rischia di confondere la fermezza con l’ipocrisia diplomatico-politica.
Naturalmente, ha scomodato il concetto di dialogo, ponendo la cortina fumogena “tra cittadini di Tel Aviv” e il governo Netanyahu, come a dire: “Non ce la prendiamo con tutti, solo con quelli che meno ci piacciono”. Ah, e poi c’è la famosa conferenza di pace organizzata da Milano, che secondo la capogruppo dovrebbe essere intoccabile e non messa in contrapposizione con la sospensione del gemellaggio. Non si dice chiaro e tondo che si tratta solo di una sorta di passeggiata di facciata tra luoghi comuni come “diritto internazionale” e “dignità dei popoli”, ma la retorica da diplomazia di cartapesta è ben servita.
Alla fine, il voto è stato il classico specchio di questo melting pot di divisioni: su 18 consiglieri PD, 13 hanno detto sì, 3 no e 2 sono spariti nel nulla (come spesso accade quando non si vuole sporcarsi le mani). Tra gli assenti, uno che un mese fa si era astenuto e l’altro che aveva votato a favore: davvero un prodigio di coerenza interna. Insomma, il primo dato di fatto è che il Pd è una polveriera pronta a esplodere, con i confini del centrosinistra che sembrano più una linea di confine in guerra che un fronte compatto.
Il Pd e la sua crisi di nervi
Dopo il voto, le tre consigliere “ribelli” del Pd hanno tenuto un discorso da manuale del pacifismo da salotto: esisterebbero “uomini e donne israeliani e palestinesi che rifiutano la logica dell’odio permanente”, scelgono il cammino più difficile del “riconoscimento reciproco”, e ovviamente il gemellaggio rappresenta tutto questo. Insomma, la sacra alleanza della pace che tutti sogniamo, ma evidentemente troppo impegnativa per chi usa il gemellaggio solo come leva politica. Per loro, interrompere questa “via difficile” sarebbe un tradimento verso chi si spezza in quattro per costruire rapporti di solidarietà, diritti umani e nonviolenza. Palloso, però dà un po’ di colore alla scena.
Daniele Nahum di Azione, poeta della ragionevolezza, ha avuto la geniale intuizione di definire il risultato “una bella notizia per Milano, per la pace e per la convivenza civile”. A fare da contraltare, sempre da Azione, Giulia Pastorella, che con la delicatezza di un inviato speciale in zone di guerra, ha condannato “senza riserve” i soprusi di Israele, le violenze dei coloni e “l’apartheid di fatto”, spiegando però che ha votato contro la sospensione perché i gemellaggi sono nati come strumenti di pace e non come punizione politica. Quel piccolo dettaglio di farli diventare cartastraccia politica non la preoccupa poi tanto, almeno lei è coerente… nell’essere incoerente.
Dal fronte opposto, Samuele Piscina della Lega ha sparato a zero sulla coalizione: “Con questo voto si è consumata una spaccatura insanabile, capace di paralizzare l’azione amministrativa e di trasformare la coalizione in una polveriera gestita a colpi di liti interne”. Una verità così spoglia da sembrare un monito, o forse solo un “te l’avevo detto”.
L’apice della pacatezza è stato raggiunto da Francesca Cucchiara con la sua apocalittica narrazione di genocidi, assedi e campi di sterminio, invitando l’aula a una reazione morale che, evidentemente, è rimasta alla finestra. La sua indignazione, però, non ha scosso nessuno se non i Verdi, che almeno si sono sentiti meno soli in questa sceneggiate pietosa.
Insomma, quando la politica si trasforma in una partita di ping-pong tra buone intenzioni, tatticismi e discorsi moraleggianti, Milano può solo osservare lo spettacolo di un Pd in piena crisi isterica e di una coalizione incapace di trovare pace su qualcosa di più importante di un’infinita sequela di annunci inutili. Ma chissà, magari la prossima conferenza di pace salva tutto. O forse no.



