Genitori al limite della sopportazione, pronti a defilarsi quando sarebbe stato necessario dimostrarsi presenti, incapaci di gestire il lutto, di insegnare cosa significhi la libertà o di costruire rapporti sani coi figli. Il festival ci regala un cartellone che è un vero e proprio atto d’accusa senza appello contro quei padri e madri analizzati con la lente d’ingrandimento dei sentimenti: sempre colpevoli, sempre in ritardo, sempre sbagliati, inadeguati per definizione. Nel nuovo film di Cristian Mungiu, Fjord, ci troviamo di fronte a dinamiche che ricordano tanto la «famiglia nel bosco», anche se le motivazioni e i contesti sono tutt’altro che sovrapponibili.
Tutto comincia con l’ostracismo, la condanna sociale, la denuncia, fino all’intervento dei servizi sociali che, in un colpo solo degno di miglior causa, strappano i figli ai genitori, compreso il neonato in fase di allattamento. Nessuno escluso, ovviamente, perché gli insegnanti della scuola norvegese dove la famiglia Gheorghiu ha iscritto i propri figli notano ecchimosi sospette e tracce di bruciature – dettagli sufficienti per immaginare violente punizioni corporali degne di un film horror. La colpa? Seguire in modo inflessibile la dottrina evangelica: insegnare valori tradizionali, proibire ai minori l’uso di Internet o la visione di alcuni video su Youtube. Perché davvero, far rispettare regole obsolete e impopolari è il delitto perfetto nella piccola comunità scolastica norvegese.
Ovviamente, questa adesione a principi così rigidi scatena un ostracismo crescente, che sfocia in incriminazioni, processi e interrogatori degni di un thriller giudiziario. Il capofamiglia Mihai (interpretato da Sebastian Stan) è un immigrato rumeno, mentre la compagna Lisbet (Renate Reinsve) è norvegese. Proprio lei si fa portavoce di una difesa convincente, trovando nel vicinato un insperato alleato: una vicina di casa nonché madre della ragazzina che ha fatto amicizia con i figli più grandi della coppia, un’avvocatessa che riesce a ottenere la riunificazione familiare.
Cristian Mungiu, Palma d’oro nel 2007 con Quattro mesi, due settimane e un giorno, descrive Fjord così:
«È una storia di visioni inconciliabili del mondo, di conformismo, di tolleranza, di limiti della libertà personale e dell’intimità».
Non male, eh? Come se non fossimo già abbastanza polarizzati. Prosegue Mungiu, evidenziando che le nostre società sono giunte a un estremismo esasperato, una sorta di radicalizzazione che segrega le persone in fazioni nemiche, mutuamente ignoranti, sprezzanti e spesso capaci solo di odiarsi. Loro hanno ragione, ovviamente. Gli altri? Manipolati, folli, vittime di lavaggio del cervello. Dubbi? Niente affatto, quelli sono una perdita di tempo.
Fjord nasce da un lungo e snervante lavoro di ricerca e documentazione su casi finiti sulle prime pagine dei giornali, tutti ai margini di polemiche tra visioni di vita, educazione e valori – un conflitto tra gruppi autoproclamati progressisti e altrettanto autodefiniti tradizionalisti. Ed è qui che i genitori, come sempre vittime sacrificali, vengono messi all’indice per le loro presunte mancanze, proprio come il padre e la madre del bambino clonato in Sheep in the Box, o come il regista Esteban Martinez (interpretato da Javier Bardem) in El Ser Querido di Rodrigo Sorogoyen, che cerca di riparare le sue assenze con sua figlia Emilia (presente nel suo nuovo film). Oppure Philip (interpretato da Laurence Ruppe), marito di Lucia (Léa Seydoux), coperto da sospetti orribili di pedofilia che lo costringono a distanziarsi dal figlio, una situazione che, naturalmente, non può che infangare un’intera famiglia.
“Her Private Hell” di Nicholas Winding Refn
Posando lo sguardo su orizzonti meno tradizionali, in campo extra concorso troviamo Nicholas Winding Refn con Her Private Hell. Qui la trama si tinge di atmosfere distopiche e nebbiose, seguendo la storia di una giovane donna che, quando tutto sembra andare a rotoli, decide di mettersi alla disperata ricerca del padre.
In una metropoli futuristica avvolta da una nebbia mortale, la protagonista incrocia un soldato americano impegnato in un’eroica missione: salvare la figlia. Ecco, se cercavate una pausa leggera e rassicurante dal festival, provate a spiegarlo a Refn.



