Meta a Milano fa pulizia: sei ingegneri su dieci a spasso, dirigenti inutili perché ormai comandano le macchine

Meta a Milano fa pulizia: sei ingegneri su dieci a spasso, dirigenti inutili perché ormai comandano le macchine
Milano, dove abbondano smart worker, capi con aria da divinità, e un’aria di ristrutturazione che sa tanto di «dividiamo e conquisteremo». Insomma, perché preoccuparsi dei dipendenti quando si può considerare «un peso» la presenza umana?

La sinfonia dei tagli si sta accordando, e la melodia è ben nota: meno persone, più margini, e un’organizzazione che si immagina in equilibrio su una corda tesa sul baratro dell’umana decenza. Ma come avverrà questa benedetta riorganizzazione? Si spera che l’eliminazione di qualche cervello rallentato riesca a salvare la baracca.

Un balletto crudele fra manager e dipendenti

Nel magico mondo dell’azienda, dove ogni taglio è una «ottimizzazione», i manager si dilettano a chiamare i lavoratori superflui con appellativi gentili come «costi inutili» o, molto più tragicomico, «peso». Certo, perché in fondo una sedia vuota è meglio di una mente che potrebbe criticare l’assurdità della situazione. E che dire di quei pochi dirigenti che temono per il proprio scranno? Il full remote diventa una nuova forma di isolamento strategico: meno faccia a faccia, meno resistenza. La solitudine come arma corporativa.

Quel che resta è un quadro surreale, con dipendenti sparpagliati, spesso a casa propria, a sperare che i tagli risparmino almeno la loro scrivania virtuale. L’idea romantica di un futuro in cui la produttività è un gioco da computer e le persone non son altro che numeri su un foglio di calcolo è più viva che mai. Complimenti!

Il volto nascosto dell’efficienza

Chi sostiene che la riduzione del personale equivalga a un miglioramento dell’efficienza aziendale avrà sicuramente un rapporto molto stretto con il mondo della fantasia. Ridurre i dipendenti a costi variabili sull’altare del profitto è il mantra di ogni amministratore moderno, che ignora con sorprendente incoscienza la ricchezza umana fatta di competenze, esperienze e – perché no? – emozioni.

Perché preoccuparsi dunque di creare ambienti di lavoro dignitosi o di investire nelle persone quando si può giocare al risiko con vite altrui? L’importante è far quadrare il bilancio, anche se i numeri si nutrono della disperazione e del precariato mascherato da innovazione digitale.

Milano, sempre più un luogo di lavoro precario e virtuale

Milano, capitale italiana di tutto ciò che si dice novità lavorative, è ormai il teatro perfetto per questa drammatica operetta. La città che valorizza il design e la tecnologia, quella che sogna l’ufficio del futuro, si ritrova a gestire una compagnia di fantasmi digitali, sospesi tra casa e schermo, tra ansie da prestazione e timori di licenziamento.

Il paradosso è dolce e amaro: mentre si vantano modelli di smart working rivoluzionari, si impongono tagli senza scrupoli; mentre si promuove il benessere aziendale, si espellono lavoratori catalogati come «peso». Un cabaret dell’assurdo, insomma, dove il lavoro è liquido e le persone, ahimè, nemmeno liquide ma evaporate.

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