Continua lo spettacolo comico attorno ai nuovi mercati agricoli che, con la delicatezza di un elefante in un negozio di cristalli, l’amministrazione di Milano ha annunciato di aprire in via Sacco (zona De Angeli) e al Verziere insieme a Largo Augusto. Se prima gli ambulanti di Confcommercio erano gli unici a fare il broncio, adesso a lamentarsi sono i 36 agricoltori del Distretto agricolo milanese (Dam), quelle simpatiche creature che mantengono vivo il territorio attorno alla città.
Il cuore della questione? La gestione del mercato sarà affidata niente poco di meno che al Consorzio agrituristico mantovano. Già, proprio quei mantovani che distano ben 160 chilometri dalla città. E qui il Dam si diverte a ironizzare sulla storpiatura più frivola di tutte: la “sostenibilità a km 160”. Quel delicato concetto di “chilometro zero” sembra trasformarsi magicamente in “chilometro cento e passa”, ma a quanto pare non è un problema se i protagonisti sono i mantovani.
Il Dam, con tutta la gentilezza del mondo, ricorda che “ogni realtà professionale ha il diritto di candidarsi e operare sul mercato”, peccato che dimentichi di menzionare che gli agricoltori milanesi, quelli che mantengono i terreni, custodiscono il paesaggio agricolo cittadino e pagano persino l’affitto al Comune, sono stati completamente ignorati. Qualche piccolo dettaglio insignificante, vero?
Il paradosso della “sostenibilità” a 160 chilometri
Gran parte del progetto fa leva sulla distribuzione a domicilio tramite “cargo bike”, soluzione eco-friendly tanto cara a Milano, dove immaginatevi frotte di ciclisti ronzino per le vie per consegnare prodotti freschi. Ma qui il paradosso diventa tragicomico: quei prodotti non hanno mica fatto una pedalata fino a Milano, hanno viaggiato ben 160 chilometri prima di farsi portare in sella a una cicletta. Sostenibilità? Decisamente un concetto elastico.
Daniele Albini, presidente del Distretto agricolo milanese, non perde l’occasione per urlare nel vuoto digitale, rivolgendosi a Anna Scavuzzo, vice sindaco e regina della food policy meneghina:
“Apprezziamo la passione per le cargo bike, ma ci piacerebbe vedere la stessa attenzione anche per noi agricoltori milanesi, quelli che davvero coltivano questo territorio giorno dopo giorno. Ci piacerebbe capire come l’amministrazione sta pensando la Milano rurale del 2050, affrontando temi come la resilienza idrica, la gestione del suolo, la redditività delle imprese e la coerenza con gli strumenti europei disponibili.”
Scene da Palazzo Marino: il teatro delle contraddizioni
Come avrebbe potuto mancare il dibattito in consiglio comunale? Il 8 giugno è stata la volta di Alessandro Verri, leader della Lega, che ha sbottato contro questa orgia di Km zero in salsa mantovana:
“Diciamo alle 30 aziende agricole di Milano di continuare a coltivare, ma senza essere coinvolte nella loro stessa città, mentre dall’altra parte promuoviamo il Consorzio agricolo mantovano. A me fa anche piacere, sono amici miei i mantovani, ma davvero questo è il modo di incentivare il km zero?”
E come risposta non poteva mancare il poliziotto dell’ordine pubblico commerciale: Daniele Nahum di Azione. Testuale la perla di saggezza:
“Siete passati dalla macroregione alla microcittà. Mantova è sempre in Lombardia e i consorzi agricoli hanno il loro peso. Fare la guerra tra Mantova e Milano per i pomodori è un po’ surreale.”
Dove nasce il pasticcio: la proposta del Consorzio mantovano
I nuovi mercati nascono da due delibere approvate il 4 giugno dalla giunta di Milano, autorizzate per un periodo sperimentale di due anni. La chicca? Il tutto parte da una proposta presentata dal Consorzio agrituristico mantovano al Comune, secondo il regolamento del 2019 sui mercati di vendita diretta dei prodotti agricoli, che concede a consorzi di imprenditori agricoli di lanciare nuovi mercati per un paio d’anni. Il consorzio mantovano gestisce già quattro mercati nel capoluogo lombardo: piazza Berlinguer, piazza Santa Maria del Suffragio, piazza Gramsci e piazzale Clotilde. Una vera espansione territoriale a suon di pomodori… da lontano.
In conclusione, una farsa ecologica e amministrativa che mette a nudo la follia di certi compromessi “green” e la stravagante difesa di interessi territoriali. Nel frattempo, gli agricoltori milanesi restano a guardare, coltivando terreni, pazienza e ironia.



