«Il coraggio di sbagliare» come mantra rassicurante per giustificare ogni pasticcio: ecco il cuore del solenne messaggio lanciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un auditorium del Politecnico di Milano, durante un incontro presso la fondazione Renzo Piano. Perché, si sa, nella società odierna ossessionata dalla corsa al successo immediato, sbagliare ormai non è più un disastro, ma un’opportunità illuminante degna di premio Nobel.
Non proprio un caso che l’illustre Capo dello Stato, circondato da una ristretta platea di una ventina di studenti fortunati in città per celebrare gli 80 anni dalla riapertura del Teatro alla Scala, abbia scelto proprio quel tema. Il laboratorio condotto dall’archistar senatore a vita si intitolava «Arte del costruire», franco richiamo a come si possa edificare un futuro senza timore di cadere, scherzando su errori e inciampi.
Mattarella ha brillantemente spiegato che una valanga di “scoperte fondamentali” sono nate da errori, quasi come se la scienza gravitasse sul principio del “fallire meglio”.
Il Presidente ha aggiunto con la solita saggezza da guru da salotto: «Sbagliare è prezioso perché fa riflettere». Tradotto: sbaglia pure, ma fallo con stile e filosofia. Perché da quei colpi di scena malriusciti possono emergere intuizioni rivoluzionarie o almeno qualche buona storia da raccontare ai nipoti.
Tra una battuta e l’altra, il discorso si è spinto verso il futuro, puntando l’attenzione sulle nuove generazioni, definite con entusiasmo quasi sospetto “piene di valori positivi” e appassionate “più di quelle precedenti”. Sublime ipocrisia o sincera fiducia? A voi l’ardua sentenza.
Un dettaglio intrigante: il caro Presidente ha raccomandato ai giovani di non farsi indicare la strada dai “vecchi” (indicazione forse un po’ pagata da chi rappresenta proprio quella generazione), esortandoli invece a crearla da soli – come se fosse facile inventarsi da zero un percorso senza qualche manuale d’istruzioni scritto dagli adulti.
Mattarella ha precisato, senza peli sulla lingua, che il ruolo degli adulti non è imporre modelli comportamentali (peccato, sembrava proprio il loro mestiere), ma limitarsi a tramandare i tanto decantati “valori di convivenza”. Un concetto vagamente nebuloso che, in teoria, dovrebbero custodire gelosamente i genitori, gli insegnanti e forse, chissà, i politici.
Il Capo dello Stato è sembrato persino orgoglioso della capacità dei giovani di riconoscere gli errori compiuti dai loro punti di riferimento; evidentemente vedere qualche falla negli idoli è considerato un segnale di “tensione creativa” e voglia di non ripetere passivamente i disastri del passato. Chi l’avrebbe mai detto?
Insomma, la formazione, così come la immagina Mattarella, non dovrebbe basarsi sull’obbedienza cieca o sulla perfezione (due parole tabù), ma su curiosità, dubbio e responsabilità – un programma educativo dal sapore decisamente rivoluzionario.
L’incontro si è quindi tramutato in una lucida riflessione sul difficile e contraddittorio rapporto tra esperienza e innovazione: il compito degli adulti, come sempre, è trasmettere principi e senso di convivenza democratica (questo termine magico che salva capre e cavoli), mentre ai giovani tocca inventarsi la propria strada e avere il diritto – finalmente! – di sbagliare.



