Andrea Sempio avrebbe scatenato un’aggressione così feroce contro Chiara Poggi da sembrare più un tentativo di cancellarla dall’esistenza che un semplice litigio: un attacco cieco, sproporzionato, un massacro concentrato su volto e testa, come se volesse eradicare persino il ricordo di chi aveva avuto l’ardire di opporsi. Queste le parole altisonanti della procura di Pavia, che, a 19 anni dall’omicidio di Chiara avvenuto a Garlasco, decide ora di additare Sempio come colpevole – peccato che l’unico condannato resti ancora Alberto Stasi.
Secondo i pm, il violento episodio sarebbe nato dal rifiuto di Chiara a un maldestro tentativo di avance sessuali, scatenando così la furia di Sempio. Un bel quadro, davvero, da tragedia greca con sprazzi di thriller da film d’azione.
Una nuova versione, un filo più “nitida”
Dopo mesi di indagini – perché servono sempre mesi per rimescolare vecchie carte – la procura pavese ha messo sul tavolo un affascinante colpo di scena: un video intimo di Chiara e del fidanzato (la perla del mistero). All’epoca, il povero Marco Poggi, le cugine di Chiara, Paola e Stefania Cappa, e naturalmente Sempio (che ha corteggiato il silenzio, scegliendo di non rispondere), sono stati convocati per chiarire se questa clip sia stata la scintilla che ha fatto traboccare il vaso e scatenato l’omicidio.
Sempio, il grande conoscitore della privacy altrui
La procura sostiene che Sempio sarebbe venuto in possesso di una chiavetta USB contenente quel video intimo, e di conseguenza si sarebbe interessato un po’ troppo alla sorella di quel carissimo amico che abbiamo già nominato, ovvero Marco. Ovviamente, secondo i consigli di buona educazione, la privacy di Chiara è stata amabilmente ignorata: se la procura dice “Sempio sapeva che Chiara fosse sola”, vuol dire che era tutto sotto controllo, perfetto per un agguato degno di un film noir.
I militari hanno poetizzato così: “Era inquietante che Sempio fosse al corrente della clip che Chiara e Alberto avevano filmato consapevolmente e non avevano condiviso con nessuno”. Sì, proprio inquietante, sembra quasi un complotto telenovelistico.
Perché proteggersi con una password se poi tutto finisce in pasto agli altri?
Secondo l’informativa militare, quei video risiedevano nel pc di casa Poggi a Garlasco e, in una mossa da vera regina della privacy, Chiara avrebbe deciso di proteggerli con una password, intuendo forse l’idea di un hacker interno. Dopotutto, chi meglio di Sempio poteva mettere mano su quella pendrive da 2 GB? Sia che Marco fosse presente, sia che Sempio si muovesse furtivo come un ninja, la privacy digitale di Chiara è stata tragicamente violata.
Non dimentichiamoci: Sempio non poteva conoscere quei video a meno che non li abbia scaricati direttamente dal pc di Chiara o trafugati dalla tanto famosa pendrive. Roba da far impallidire un film di spionaggio.
Un “soliloquio” da thriller psicologico
Proprio Marco Poggi ha descritto l’atmosfera davanti ai pm come qualcosa di “surreale”. In effetti, ascoltare un uomo parlare da solo in auto – intercettato da microspie, ovviamente – non è proprio un quotidiano da fiction di successo. Marco ipotizza che Sempio abbia semplicemente preso la fatidica penna USB dalla camera di Chiara e se la sia portata a casa, scatenando la spirale di eventi che conosciamo.
Si parla di un “soliloquio” ascoltato un anno fa, dove Sempio – tutto solo – elucubra su questa tormentata vicenda, offrendo agli inquirenti materiale prezioso per alimentare la leggenda nera a suo carico.
Il condannato di sempre e la speranza da capogiro
Nonostante tutto questo excursus da thriller digitale, l’unico a scontare la pena definitiva per l’omicidio resta Alberto Stasi, fidanzato all’epoca dei fatti e unico imputato con sentenza definitiva. Il suo avvocato ha recentemente dichiarato che Stasi conserva “una speranza crescente” di revisione del processo, equilibrandola però con una realtà molto più dura e concreta.
Chissà se questa nuova inchiesta metterà davvero in discussione una verità che sembra scolpita nella pietra della giustizia italiana, o se alla fine resterà solo un altro capitolo di sospetti, accuse mai del tutto confermate e scenari da giallo senza finale.
In realtà, dietro all’ipotesi che possa essersi celata un’altra mano dietro quel delitto, si profilerebbe un’apertura ufficiale verso la richiesta di revisione del processo a carico di Stasi. Come se la Corte di Cassazione fosse un negozio di scarpe da cambiare quando non calzano più.
I carabinieri e il sangue fantasma sui pedali
A rincarare la dose di dubbi arrivano i non proprio banali rilievi dei carabinieri di Milano, che, con una magistrale esercitazione sul nulla di fatto, avvertono tutti: mai è stato provato che la sostanza rinvenuta sui pedali della bicicletta di Stasi fosse sangue di Chiara Poggi. Già, perché il dna in questione, tanto per non farci mancare nulla, è risultato pari per quantità a quello estratto da un misero cucchiaino con cui la vittima si sarebbe concessa una modestissima colazione il mattino prima della tragedia. Straordinario.
Quindi, anche considerando pure l’assurda ipotesi che quel dna facesse parte di un presunto sangue (come se ciò non fosse abbastanza arzigogolato), in tutta la storia processuale sarebbe mancato un benché minimo slancio verso l’idea che quel sangue potesse esserci arrivato dalla stessa Chiara, magari durante qualche precedente imprevisto episodio. Sta di fatto che la Corte che ha condannato Stasi si è guardata bene dall’inventarsi origini alternative per la miracolosa macchia.
Sempre nella pesantissima relazione firmata dai militari, spunta fuori anche una preziosa testimonianza di ottobre 2007, firmata da Rita Preda, la mamma di Chiara, che ricorda come, durante il weekend di Pasqua, la giovane fosse andata al santuario delle Bozzole – la classica scampagnata da manuale – con l’adorato fidanzato, seduta sulla canna della sua bicicletta. E detto questo, ora attenzione, perché la maraudera eroina si era pure ferita. Chiaramente la cicatrice – il graffio o chissà cosa – era destinata a spargere tracce ematiche che avrebbero preso il largo sui pedali, mica roba da poco.
Una genialità investigativa che fa onore a chi, tra un dramma e una beffa, continua a tessere trame sempre più intricate, degne di una soap opera. E mentre l’Italia cerca di capire se coi quarti di sangue potevamo pure fare il caffè, il processo continua a scivolare tra ipotesi, dubbi e la promessa che presto, sì presto, forse, si farà luce… oppure no.



