«L’obiettivo supremo è trasformare il risparmio europeo in un propulsore per la crescita economica». Didascalia perfetta per i sogni a occhi aperti di Barbara Lunghi, responsabile dell’Equity Primary Markets Italy di Euronext. Perché ovviamente, Borsa Italiana è pronta a spiccare il volo senza intoppi. Già, perché i furbacchioni europei raramente mettono piede a Wall Street: i mercati del capitale ‘nostrani’ sono perfettamente adatti alle società del Vecchio Continente. Che consolazione! Peccato solo che la realtà sembri raccontare una favola diversa.
Lunghi ricorda, con candore disarmante, che i mercati europei sarebbero già “maturi” per le sfide di oggi, a giudicare dall’ascesa del Euronext e dai provvidenziali piani come il Listing Act UE e l’ambizioso Savings and Investment Union. Eppure, pastoia il lettore con l’ammissione di una ‘leggina’ mancante: «serve un’accelerata su alcune riforme strutturali». Peccato che, a distanza di quasi due anni dal celebre Rapporto Draghi sulla competitività, sembri che si sia avanzato poco o nulla. Ma cosa si vuole fare di concreto per spingere il mercato dei capitali europeo verso glorie sperate?
La risposta da tris di carte è altrettanto esilarante: la “principale opportunità per l’Europa” sarebbe trasformare la ricchezza privata continentale in un motore di crescita e innovazione. Fantastico, non trovate? Un sogno tutto da realizzare, ovviamente, dato che “esiste una crescente consapevolezza” sulla necessità di diversificare le fonti di finanziamento oltre ai costosi prestiti bancari, e gioia delle gioie, promuovere la partecipazione degli investitori ai mercati azionari.
Avete fatturato tutta questa magnanimita? Si va avanti con la litania delle “iniziative concrete”: Listing Act europeo, revisione del Testo Unico della Finanza italiana e il “miracoloso” Fondo Nazionale Strategico Indiretto. Peccato che tutto questo serva solo a sembrare efficaci, semplificando l’accesso ai mercati e schiaffando un po’ più di capitale nelle tasche delle imprese. Sempre che le imprese posseggano ancora una reale volontà di quotarsi, visto il circo burocratico e i costi nascosti.
Cosa manca allora? «La priorità oggi è costruire un ecosistema dei capitali europeo più profondo, integrato e competitivo». Tradotto: continuiamo a far finta di collaborare con istituzioni, regolatori e investitori per fare l’Europa un po’ più forte e, soprattutto, più attraente per le aziende. Euronext non è da meno e, nel frattempo, si vanta di essere la principale piazza finanziaria europea, con circa 1.900 società quotate e una capitalizzazione di ben 6.000 miliardi di euro. Tutto molto bene, peccato che il protagonista di questa historia sia un ecosistema che fa acqua da tutte le parti.
Competizione o farsa?
Nel frattempo, come valutano la supremazia dei mercati americani? Oh, si concentrano su quei pochi casi eclatanti di società europee che corrono oltreoceano per motivi “industrialmente giustificati”. Tranne che i numeri, quei fastidiosi rompiscatole, raccontano una storia meno patinata: il 94% delle IPO europee degli ultimi cinque anni è rimasto sul territorio “euro-entusiasta” e solo il 5,5% ha osato avventurarsi negli Stati Uniti. Ma sì, diamogli credito, dato che Euronext ha accolto oltre 100 quotazioni internazionali, come se fosse la nuova Mecca del capitalismo illuminato.
Ah, ma la chicca è che oltre la metà delle società europee quotatesi negli USA è nel settore HealthTech, ovvero il settore con investitori più propensi a rischiare. Il che sottintende che per tutte le altre categorie, è meglio non fare il grande salto. Insomma, meno chiacchiere e più realtà, prima che questi “successi” si rivelino solo illusioni da presentare negli incontri ufficiali.



