Lumbardialett va in soccorso della Treccani per evitare l’estinzione del dialetto lombardo—ma davvero serve?

Lumbardialett va in soccorso della Treccani per evitare l’estinzione del dialetto lombardo—ma davvero serve?

Valorizzare il patrimonio linguistico lombardo? Ma certo, perché non abbiamo forse nient’altro di urgente di cui occuparci? E così la Regione Lombardia, in compagnia della sacra istituzione che è la Fondazione Treccani, ha deciso di lanciare “Lumbardialett” – un progetto rivoluzionario in grado di salvare, rivitalizzare e addirittura immortalare un patrimonio dialettale che rischiava di finire nello scaffale dell’oblio. Ovviamente, tutto è partito durante la Festa della Lombardia, perché nulla dà più spinta culturale di un evento regionale pieno di panettoni e bandiere.

Come si è pensato di coinvolgere i cittadini? Semplice! Hanno attivato un sito internet da dove chiunque può inviare parole, modi di dire o espressioni dialettali. Che fantasia, una raccolta collaborativa in stile social per salvare ciò che molti avevano già sepolto nei cassetti, come se raccogliere qualche “balabiot” o “barlafus” in digitale fosse una missione epocale.

Il materiale inviato finirà sotto la lente d’ingrandimento di un comitato scientifico congiunto tra Regione Lombardia e Treccani, così da garantire che ogni termine dialettale mantenga la sua dignità “accademica”. Naturalmente, più utenti interagiscono maggiori saranno i giochi e le trovate comunicative: dal “parola del mese” a manifesti scaricabili, perché nulla comunica meglio il valore di una lingua locale di una stampa in PDF.

“Manteniamo viva una lingua”

Al lancio di questo capolavoro culturale, il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, si è mostrato più entusiasta di un bambino al primo giorno di scuola. Ha sottolineato quanto sia fondamentale dare valore “culturale” al dialetto locale, ringraziando la Treccani per aver prestato la propria reputazione a un’operazione che ricorda un po’ quei tentativi di risuscitare dinosauri nell’era digitale.

Fontana ha spiegato che il dialetto lombardo è “il nostro modo di essere”, racchiude ironia, chiarezza e concretezza – chissà come ha fatto l’italiano a non andarci mai a genio in Lombardia, forse mancava quella dose di ironia tagliente che solo un “balabiot” può regalare.

L’ex sindaco ha anche ricordato che fino a trenta-quaranta anni fa metà Lombardia chiacchierava tranquillamente in dialetto senza nemmeno pensarci, ma poi l’italiano ha preso il sopravvento, come un’invasione culturale degna di un romanzo distopico. Da allora, le espressioni tipiche si sono limitate a qualche sopravvivenza residua, memorie folkloristiche da esporre nelle sagre.

Esempi personali? Fontana ha ammesso che ascoltare il dialetto lo riporta a quando era un bambino a Induno Olona, tra inseguimenti e parolacce bonarie come “se te ciapi adess te vedet”. Ah, che nostalgia! Del resto, il dialetto è la quintessenza della nostra cultura e un’opportunità senza limiti, pronta a essere appresa da chiunque, anche dai poveri non lombardi—per loro è un corso extra di difficoltà “avanzata”.

Non dimentichiamo l’apertura verso il futuro: le lingue locali non sono ghetti, ma “un valore intrinseco universale e trasversale”. Il sogno è forse quello di trasformare il dialetto in una specie di esperanto lombardo? O semplicemente in un diversivo per distrarre da problemi più contemporanei e concreti?

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