Gentile ministro Giuli, pare che il festival musicale più straordinario d’Italia, e senza esagerare forse d’Europa, si stia svolgendo proprio in questi giorni nella splendida, anzi, tristemente meravigliosa Mantova. Si chiama “Trame sonore”, una manifestazione che da quattordici anni sforna bellezza senza chiedere il passaporto d’ingresso, sfoggiando quest’anno la bellezza impressionante di 160 eventi in soli cinque giorni con circa trecento artisti che calpestano ben 32 luoghi – tutti rigorosamente “ambienti autentici” come il Palazzo Ducale, il teatro Bibbiena e Santa Maria della Vittoria, già noti per il loro fascino “operativo”. Lo scorso anno hanno registrato circa 50 mila presenze, e anche quest’anno la città pullula di gente allegra, appassionata e, azzardo, felice.
Il festival vanta aspetti così “straordinari” da far impallidire chiunque a caccia di convenzioni. I concerti durano al massimo mezz’ora, giusto il tempo di lasciarti con la voglia, e – attenzione, momento di trasgressione massima – non c’è alcun dress code! Sì, perché qui la musica “colta” non scaccia nessuno, anzi, spalanca le braccia anche a quelli che tremano all’idea di non capirci nulla o peggio di sentirsi fuori posto. Evidenza clamorosa: le “Trame” sono affollate anche da under 100, una mezza rivoluzione in un mondo dove la musica seria è spesso vista come fenomeno vintage per anziani snob.
E non finisce qui: chi decide di varcare la soglia diventa il proprio direttore artistico, arbitro sovrano del proprio percorso in base a interessi, capricci e curiosità varie. Solo ieri c’erano 38 concerti in contemporanea! Qualcuno, come il sottoscritto, ha fatto il girotondo passando da un follissimo Bach per percussioni a sette romanze su poesie di Sostakovic, dal Schwanengesang di Schubert alla K364 di Mozart, dai madrigali di Luzzasco Luzzaschi ai sette sonetti di Michelangelo di Britten. Un pastelone di emozioni e turbamenti che solo l’arte riesce a confezionare così, senza sforzo apparente.
E ovviamente, tutto questo si svolge nella meravigliosa Mantova, quella piccola capitale culturale che la storia ci invidia, un gioiello di scoperte casuali e incontri fortuiti, con palazzi gonzagheschi da far impallidire Airbnb, biciclette scassate e violini, architetture di Leon Battista Alberti che nemmeno ti fanno domandare “ma cosa ne sanno loro di modernità?”, quadri di Rubens, angeli di Mantegna a profusione e perfino agnoli in brodo degni di uno special di Masterchef. Senza dimenticare l’organo di Santa Barbara dove suonava Monteverdi e i concerti a mezzanotte nella rotonda romanica di San Lorenzo. Insomma, la gloriosa Italia che riesce a farsi amare e odiare nello stesso tempo.
Il festival è un’ecosistema di artisti, appassionati, addetti ai lavori che ridefinisce la musica come comunità, polis e persino Patria spirituale, senza quella solita sbrodolata di “rinunzia a ogni speranza”. A Trame sonore la musica “colta” non è un linguaggio da museo di archeologia musicale, ma qualcosa di attualissimo, necessario, indispensabile e parola dell’organizzazione – addirittura urgente.
Questo miracolo si ripete ogni anno, come per magia o forse grazie al “Preziosissimo Sangue” sotto la cupola di Juvarra in Sant’Andrea. Gli artisti, anche quelli di caratura mondiale, accorrono gratis, mossi più da affetto o amicizia che da slogan sulle politiche culturali. Vengono sponsorizzati solo per viaggio, vitto e alloggio perché mica si può pensare che l’arte, l’istruzione musicale e la cultura si possano pagare! La gestione è affidata a una squadra da “sette samurai”: sette persone, trenta collaboratori e un manipolo di volontari giovani e – per fortuna – efficienti.
L’intero baraccone costa la miseria di 500 mila euro. Forse una mancia visto il magnifico spettacolo di fede artistica. Lo Stato partecipa con 47.276 euro, il Comune si cimenta con 60 mila, mentre la Regione Lombardia regala la bellezza di 2.500 euro, probabilmente in segno di pura ironia. Il resto arriva da sponsor, mecenati e un misero 18% di incassi da biglietteria.
Il punto è che il miracolo non si può eternamente tenere in panchina: il festival ha toccato il limite massimo, necessita disperatamente di una mano per fare il salto di qualità, assumere uno staff permanente e, magari, per iniziare a pagare (minimo, si spera almeno una birra) gli artisti, soprattutto i più giovani e meno noti perché, come ricorda il vulcanico direttore artistico Carlo Fabiano,
Carlo Fabiano said:
“La musica non è un hobby, ma un lavoro.”
Insomma, il festival ha bisogno di denari veri, quella che i regolamenti, gli algoritmi, l’articolo 6 e il comma 4 chiamano “finanziamenti” ma che in realtà sembrano a tutti gli effetti atti di fede verso la cultura.
Meriterebbe di più. Meriterebbe una politica che non si limiti alla ritualità delle cifre e dei decreti, ma che riconosca questo esercito di anime perse, dedite a qualcosa che, incredibile ma vero, è ancora il Bello e il Buono. Lo meriterebbe, signor ministro, che forse ignora o finge di ignorare cosa si cela dietro queste quinte di passione matta e disperazione quotidiana: il cuore pulsante di una cultura che non vuole morire, almeno non così.



