La situazione a Cuba si trasforma nel copione scontato di una crisi annunciata

La situazione a Cuba si trasforma nel copione scontato di una crisi annunciata

Sembra che la campagna di pressione degli Stati Uniti contro Cuba abbia appena raggiunto un nuovo, scintillante livello di imbarazzo diplomatico. Questa fase apre questioni molto serie — o almeno così si spera, perché altrimenti sarebbe solo il solito brailare a vuoto della precedente amministrazione Trump nei confronti dell’isola caraibica governata dai comunisti.

Il Dipartimento di Giustizia ha deciso di svelare un’indagine contro l’ex presidente cubano Raul Castro, accusandolo nientemeno che di omicidio per il celebre abbattimento militare di due aerei nel lontano 1996. Ricordate? All’epoca, Castro era il ministro della Difesa, un dettaglio che, ovviamente, rende tutto molto più semplice da contestare a quasi trent’anni di distanza. La data scelta per questa brillante mossa è stata il 20 maggio, ovvero il giorno che celebra la nascita ufficiale della Repubblica di Cuba. Piccola coincidenza, vero?

Il direttore dell’FBI, Kash Patel, ha definito l’accusa a Castro e altri cinque personaggi coinvolti come “un passo enorme verso la responsabilità.” Un’affermazione che suona un po’ come chi dice “finalmente una soluzione” mentre si aspetta da decenni.

Un’escalation politica di cartapesta

Tutto questo fa parte del piano più ampio dell’ex presidente Donald Trump per un cambio di regime a Cuba. Strategia che comprendeva, tra le tante cose, l’inasprimento delle sanzioni economiche e persino la brillante idea di attuare un blocco petrolifero sull’isola dall’inizio di gennaio. Cosa che ha portato a un’aggravarsi della crisi economica cubana, la più severa dalla fine dell’Unione Sovietica — un’occasione perfetta per mostrare come “il cambiamento” in salsa yankee sappia sempre sorprendere con la sua capacità di far precipitare la situazione.

Il ministro dell’Energia cubano, Vicente de la O Levy, ha descritto la situazione come “estremamente tesa” annunciando che l’isola ha terminato le scorte di petrolio e diesel. Un’impresa degna del Premio Nobel per la gestione delle risorse, se ce ne fosse uno dedicato all’arte di far affondare un’economia in pochi mesi.

La crisi umanitaria in corso a Cuba resta un’incognita da manuale, capace di costringere qualunque delle parti in gioco a improvvisare improvvise reazioni, almeno per salvare la faccia.

Robert Munks, responsabile della ricerca sulle Americhe presso Verisk Maplecroft, sintetizza perfettamente l’atmosfera da far venire il mal di testa ai diplomatici più tranquilli:

“Alcuni funzionari cubani hanno suonato l’allarme per un possibile intervento militare statunitense nelle ultime settimane. La cosa si complica quando i media riportano che Cuba starebbe accumulando oltre 300 droni militari provenienti da Russia e Iran da usare eventualmente contro target statunitensi, mentre l’amministrazione Trump sembrerebbe impegnata in voli di raccolta informazioni lungo la costa cubana. Ricorda un po’ quel famoso preambolo che ha portato alle operazioni militari in Venezuela e Iran.”

Il professor Antoni Kapcia, esperto di storia latinoamericana presso l’università di Nottingham, è più cauto sull’effettiva possibilità che gli Stati Uniti stiano davvero meditando un attacco militare frontale. Nel frattempo, però, dice che Cuba non ha mai preso alla leggera la minaccia militare, preparandosi all’inevitabile. D’altronde, quando si parla di “corpi giacca verde” in arrivo, è sempre meglio essere pronti — magari non tanto per la fine bella, ma per non farsi cogliere di sorpresa.

Il pattugliatore russo Neustrahimiy è arrivato nel porto dell’Avana il 27 luglio 2024, accompagnato dalla nave scuola Smolniy e dalla petroliera offshore Yelnya. La flotta russa medita di restare sull’isola fino al 30 luglio, lasciando intendere che anche Mosca vuole dire la sua nel gioco geopolitico.

Kapcia sintetizza così la posizione del Pentagono:

“Da tempo, il Pentagono considera che un’azione militare porterebbe a un bagno di sangue con soldati americani che ruzzolerebbero nelle bare in quantità insopportabile. Forse è per questo che gli Stati Uniti alternano coccole diplomatiche e minacce violente come un adolescente confuso: un momento trattative segrete, quello dopo invocano l’attacco immediato.”

Kapcia aggiunge con una punta di cinismo:

“Finora, Trump si è limitato a proclamare l’intenzione di strangolare il sistema cubano attraverso misure economiche, che sono evidentemente più economiche della guerra e sembrano fantastiche per complicare ulteriormente la vita ai poveri cittadini comuni.”

Ovviamente, la diplomazia e la macchina propagandistica degli Stati Uniti non hanno risposto alle richieste di commento, lasciando spazio a vaghi e fumosi silenzi da parte della Casa Bianca e del Ministero degli Esteri cubano.

Cuba tra minacce, accuse politiche e scenari fin troppo realistici

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha liquidato l’accusa contro Castro come una “mossa politica senza alcun fondamento legale, finalizzata solo a impreziosire il dossier fasullo utilizzato per giustificare la follia di un’aggressione militare contro #Cuba.” Parole dolci in mezzo a un mare di inimicizia.

Nei giorni precedenti, Díaz-Canel aveva annunciato che le minacce statunitensi di intervento militare a Cuba erano ben note, aggiungendo che, in caso di attuazione, ciò scatenerebbe “un bagno di sangue con conseguenze incalcolabili.” Insomma, niente paura, solo un leggero allarme rosso per tutti i cupi scenari futuri.

Quanto a Trump, ha già lasciato intendere in passato che una “amichevole” invasione militare potrebbe essere la soluzione. D’altra parte, cosa sarebbe la politica estera se non una serie infinita di minacce a mezzo social e accuse a comando, con il serio rischio che nessuno, alla fine, prenda sul serio nessuno?

Ah, Cuba, quella perla caraibica dove la libertà è un optional e l’economia arranca a ritmo di guaguancó. Nel fantastico mondo delle strategie geopolitiche, la Casa Bianca sembra nutrire piani degni di una soap opera, sospettando che dopo la guerra in Iran sarebbe mica male puntare anche sull’isola dei sigari e dei mojito. Il presidente degli Stati Uniti, con la modestia che lo contraddistingue, ha persino giurato di poter fare “qualsiasi cosa” con quel lembo di terra, vantandosi pure dell’“onore” di “prendere Cuba”.

Deliziosa dichiarazione, dallo stile tanto creativo quanto pratico. D’altra parte, secondo Robert Munks, capo della ricerca sulle Americhe per Verisk Maplecroft, il quadro reale è meno da spaghetti western e più da silenziosa pressione. Insomma, niente regali in stile invasione lampo ma un approccio stile “lasciamo che le cose si guastino da sole”. Il rischio numero uno per Cuba non è un intervento armato dall’estero, ma se il regime riesce a tenere accese le luci abbastanza a lungo per non far saltare tutto per aria.

Ecco il cuore del problema: anche se le forze dell’ordine si daranno da fare per sopprimere ogni piccolo segnale di malcontento, la situazione è pronta a esplodere con interruzioni di corrente che generano carenze ancora più gravi di cibo e acqua. L’emergenza umanitaria è un elefante in salotto che nessuno vuole ammettere apertamente, ma che potrebbe costringere tutte le parti a improvvisare risposte fuori controllo.

Ah, poi arriva il solito twist da film: più aiuti umanitari da paesi regionali come Messico e Uruguay, mentre il ben noto “blocco” degli USA continuerà a dettare legge sulla vita quotidiana dei cubani. Perché niente dice “solidarietà globale” come un embargo che fa soffrire la popolazione civile, no?

Alexander B. Gray, senior fellow non residente al Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council, sintetizza la faccenda in modo meno poetico e più strategico. Secondo lui, l’obiettivo finale dell’amministrazione americana è chiaro: delegittimare il regime castrista e creare le condizioni per un cambiamento interno che, alla fine, rispecchi meglio gli interessi degli Stati Uniti.

Per riassumere il “cambiamento” desiderato: un governo a L’Avana che faccia il bravo, allineandosi con le priorità di sicurezza degli USA e tenendo lontani i malvagi concorrenti extra-emisferici come Cina e Russia. Un bellissimo esempio di politica estera basata su principi nobili come l’interferenza e la rivalità geopolitica. Applausi.

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