Delitto Sandra Casagrande scoperto grazie a una banconota da 10 mila lire: trentacinque anni di segreti finalmente in bancarotta

Delitto Sandra Casagrande scoperto grazie a una banconota da 10 mila lire: trentacinque anni di segreti finalmente in bancarotta

Ah, l’eterna gioia dei cold case italiani! Stavolta tocca a Roncade, una tranquilla cittadina di provincia che dal lontano 29 gennaio 1991 si è ritrovata a ospitare uno dei più celebri misteri irrisolti. Un femminicidio da manuale: Sandra Casagrande, 44 anni, pasticciera, trovata crivellata di coltellate nella sua bottega, trasformata in scena di un massacro degno di un film horror. La vittima era stata bloccata con un colpo in testa, imbavagliata con un reggitenda infilato in bocca, e poi mascella, collo e petto ricoperti da ben 22 coltellate inferte con forbici e coltello, al punto che una lama si era spezzata restando incastrata nella sua carne.

Peccato che nonostante il sangue sparso ovunque, le indagini fossero più che altro un esercizio di mediocrità investigativa: vestiti della vittima dati alle fiamme (un dettaglio che definire clamoroso è un eufemismo), un pugno di perquisizioni e interrogatori innocui come una tazza di camomilla. Risultato? Zero colpevoli, nemmeno un colpo di scena.

Solo una nota curiosa in mezzo a questo disastro investigativo: tre banconote da 10 mila lire usate per fare benzina subito dopo l’omicidio, macchiate da tracce biologiche che nessuno ha degnato davvero di attenzione fino al 2009. Anni di inutile silenzio finché, finalmente, la scienza entra in scena e mette le mani sul DNA dell’assassino. Peccato che la banca dati interforze non trovasse nessuna corrispondenza: un perfetto mistero nel mistero.

La svolta che sorprende nessuno

Fino all’anno scorso. Un momento epocale, degno di una pellicola sgangherata: un 56enne qualunque, appena beccato e arrestato per motivi che non c’entrano una mazza con l’omicidio, finisce sotto la lente d’ingrandimento. E voilà, il numero del DNA ritrovato sulle banconote corrisponde proprio a lui. Dimenticate i sospetti legati a un certo Marco Bergamo, il killer di Bolzano che era stato pure preso in considerazione: il vero protagonista ora è Paolo Gorghetto, l’uomo finito nel mirino della Procura di Treviso per l’assassinio di Sandra.

Ah, non è finita qui. Il buon Paolo, interrogato pochi mesi fa, ovviamente ha scelto la dignitosa via del silenzio, preferendo non rispondere a una singola domanda. Giusto per mantenere alto il livello di suspense e assicurare che questo caso non smetta mai di tormentare chi si occupa di giustizia – e, perché no, l’opinione pubblica, così assetata di colpevoli e scandali.

Nel frattempo, i carabinieri hanno pensato bene di passare a trovare l’ultracentenaria sorella della vittima, in una casa di riposo. Mentre lei, magari, si gode la sua meritata pensione, le notifiche degli “accertamenti supplementari” piovono come neve d’inverno. Che gesto di cortesia, vero?

Insomma, dopo 35 anni di silenzio, sciatteria investigativa e retorica insensata sul diritto alla verità, finalmente qualcuno sa chi ha devastato la vita di una donna e di una comunità intera. Solo che, no. Non è che la verità che tutti aspettavano, ma più un’ennesima pagina amara di una giustizia lenta, pasticciona e forse un po’ disillusa dalla realtà.

Il quadro, dunque, è questo: un caso apparentemente dimenticato, un arresto casuale, un DNA che fa saltare tutte le certezze, e una famiglia costretta dopo decenni ad affrontare un nuovo capitolo in una storia infinita. Altro che risoluzione rapida, qui parliamo di un cold case mummificato che forse, finalmente, anno dopo anno, sta lentamente scaldando i motori per rivelare quell’orribile verità che tutti fingevano di ignorare.

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