Hanno deciso che un orologio di lusso vale 18mila euro e, ovviamente, il pagamento avviene in contanti: perché fare bonifici o carte quando si può rischiare tutto con una bella mazzetta tra le mani? Tre sagaci venditori, partiti da Milano per un affare d’oro a Torino, si trovano invece catapultati in un capitolo tragicomico della truffa moderna. Salutato l’acquirente, l’incasso sotto braccio, scoprono che nel sacchetto c’è più finzione che denaro vero: banconote false, da ridere o da piangere, chissà.
Come sempre, la scena perfetta si svolge in un hotel, location ideale per sospetti scambi e film di serie B. I tre rivenditori si aspettavano un esperto o un appassionato serio, ma eccoli piombare in un copione già scritto da qualcun altro. Due compari ben preparati, mentre un terzo aspetta paziente fuori dall’albergo, tutti pronti a inscenare la più classica delle truffe: mostrano una mazzetta di soldi veri, così da ingannare gli occhi meno attenti, per poi cambiare in un lampo con pezzi di carta senza valore. Una sacchetta in tessuto, forse troppo teatrale, fa da palcoscenico a questi fuochi d’artificio dell’inganno.
Non male come trucco: prendi l’orologio, consegni il sacchetto, te la cavi e fai perdere le tue tracce. Ma i venditori, forse non così ingenui come da copione, annotano il modello dell’auto del complice, perché anche nei film delle truffe bisogna avere un minimo di stile investigativo. Grazie a questo dettaglio – che nemmeno Sherlock Holmes al suo meglio – la polizia arriva puntuale, non troppo lontano dall’hotel, arrestando i tre campioni dell’inganno con l’orologio appena “acquisito”, una macchinetta conta soldi per dare quel tocco di realismo alla sceneggiata e la mazzetta di banconote vere usata come esca. Una pièce da applausi, peccato solo per il lieto fine destinato all’autorità e non ai truffatori.
Quando il lusso incontra la truffa: una sceneggiata torinese
Nel bel mezzo di un pomeriggio di maggio, nella discreta hall di un albergo sabaudo, si consuma una vicenda che sembra uscita da una commedia degli equivoci. Tre persone, uomini d’affari in apparenza, decidono di vendere questo prezioso orologio solo dopo uno scambio di messaggi virtuali con un potenziale acquirente “disposto a tutto”. Peccato che il “disposto a tutto” si traduca in uno scippo ben portato avanti da un trio di truffatori dall’astuzia discutibile ma dall’incoscienza esemplare.
La morale? Forse è il caso di ricordare a tutti che comprare preziosi in contanti da sconosciuti incontrati in chat non è il modo più furbo per investire i propri risparmi. Ma del resto, quale manuale del perfetto compratore fiducioso ve lo svelerà mai? Evidentemente, le banconote false possono essere roba all’apparenza molto simile al denaro vero, almeno finché qualcuno non decide di mettere il naso, o meglio, la polizia, nella questione.
In un’epoca in cui le truffe online sono all’ordine del giorno, e la fiducia sembra un concetto vintage, fa quasi tenerezza pensare a quanto si possa ancora cadere in queste trappole tanto rudimentali quanto efficaci, almeno fino all’arresto finale. Se l’ironia della situazione non bastasse, il fatto che tutto sia accaduto in una delle città italiane considerate “più sicure” ci regala un sorriso amaro su quanto sia facile prendersi una fregatura persino nei posti più insospettabili.



