Mentre i veicoli sfrecciano davanti a un enorme cartellone che inneggia alla squadra nazionale di calcio dell’Iran per i prossimi Mondiali 2026, installato a Teheran su un edificio di piazza Enghelab, arriva la solita grande notizia: lo Stato islamico sta «rivedendo» (leggi: si prende tempo) la “proposta” dell’amministrazione Trump per mettere fine alla guerra. Il presidente americano, con quella sua generosa pazienza da politico esperto, ha annunciato di essere disposto ad aspettare «qualche giorno in più» per «ottenere le risposte giuste» da Teheran. Ecco, il bello del diplomatico.
Lo speaker del ministero degli esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ci informa che la Repubblica islamica ha ricevuto le suddette “visioni” dell’America (chissà se su carta o con gli emoji) e le sta analizzando. Intanto il Pakistan, quel noto modello di stabilità regionale, continua la sua instancabile opera di mediatore tra le due potenze in crisi. Pare che, basandosi su un inossidabile programma di 14 punti iraniani (vi ricorda qualcosa?), si siano svolti diversi scambi di comunicazioni. Una fantomatica formula magica che dovrebbe portare pace, o almeno ci si illude.
Il capo di stato maggiore dell’esercito pakistano, Asim Munir, è in partenza per Teheran, segno che la mediazione… quella roba lì non muore mai, anche se sembra solo una partita a bowling senza birilli. Nel frattempo, però, l’“accordo” è bloccato da settimane: Teheran, con il suo sguardo minaccioso, chiude lo Stretto di Hormuz, arteria energetica vitale per il mondo, mentre Washington risponde con un blocco navale sui porti iraniani. La sinfonia internazionale dell’incubo energetico continua.
Se vi piace impazzire sui numeri, considerate che prima della guerra passava dallo Stretto circa il 20% del petrolio e gas naturale liquefatto globali. Ora, dopo i raid USA e israeliani iniziati il 28 febbraio, il traffico navale è praticamente paralizzato, quasi come il buon senso negli ambienti diplomatici. Ormai crude oil è diventato lo sport nazionale degli scommettitori del mercato.
Donald Trump ha spiazzato tutti alla base aerea Andrews mercoledì dichiarando con la solita calma olimpica:
“Credetemi, se non arrivano le risposte giuste, la faccenda precipita molto in fretta. Siamo tutti pronti a partenza.”
Alla domanda su quanto ancora fosse disposto ad aspettare, la risposta del presidente è stata degna di un orologio svizzero impazzito:
“Potrebbero essere pochi giorni, oppure potrebbe andare molto, molto rapidamente.”
Insomma, il dollaro di Trump continua a far oscillare la bilancia tra la calma piatta e la tempesta perfetta, alternando minacce di colpi da maestro e rinvii dell’ultimo minuto. E, per chiudere il quadro degli equilibristi, il presidente ha rivelato di esser stato «a un’ora» dal bombardare Iran martedì, salvo farsi poi convincere a rimandare la scure. Qualcuno dovrebbe suggerirgli un calendario, magari con colori e smiley. Nel frattempo, la Guardia Rivoluzionaria iraniana fa sapere, con tono non proprio amichevole, che se le provocazioni americane e israeliane dovessero continuare, l’intero Medio Oriente non basterebbe più come campo di battaglia.
È proprio una bella minaccia, quella che trascenderebbe i confini e farebbe diventare il teatro dello scontro una grande festa globale. Non vediamo l’ora di assistere all’invito, con tanto di catering internazionale.
Altra scena da brividi: le trattative non proprio silenziose tra Washington e Teheran tengono i mercati sotto osservazione ossessiva. In quella pièce teatrale chiamata borsa di Londra, il petrolio Brent si è ripreso da una leggera batosta, segnando un balzo dell’1,9% a 106,92 dollari al barile. Il West Texas Intermediate americano non è da meno, con un rialzo del 2,4%, toccando quota 100,59 dollari.
Un dato interessante? Entrambi i contratti sono cresciuti di circa il 45% da quando la guerra iraniana ha iniziato a rovinare le vacanze agli investitori. Insomma, una vera festa per chi ha puntato su questo folle carosello petrolifero, ma una tragedia per tutti noi che pagheremo il conto con la solita bolletta da capogiro.



