Si chiamava Lamin Sonko, aveva 30 anni e veniva dal Gambia. Un nome che ora risuona tristemente nel carcere milanese di San Vittore, dove ha deciso di farla finita, nonostante si trovasse nella sezione dedicata alle persone considerate a “alto rischio suicidario”. Un modo gentile per dire che qualcuno ha colpevolmente sbagliato tutti i conti.
Arrestato a maggio, il suo dramma inizia il 18, giorno in cui Sonko arriva in stazione Centrale a Milano da un treno proveniente dall’Emilia Romagna. Niente di strano, almeno finché non estrae un machete dallo zaino e innesca il caos tra i passeggeri. Terrore e panico, ingredienti perfetti per un arresto fulmineo firmato polfer.
È proprio allora che comincia la parabola discendente: invece di una mano tesa o di un percorso di recupero, Lamin finisce in quella che viene etichettata come ‘cella liscia’, ossia una stanzetta spoglia, asettica, priva di qualunque comfort o elemento che possa alleviare la mente già in frantumi. E indovinate? Era affetto da psicosi.
Don Paolo Selmi della Fondazione Casa della Carità, nei panni del moralizzatore che si interroga ad alta voce, si chiede: “Perché una persona così fragile è stata isolata in una cella invece che inserita in un servizio di cura?”. Domanda semplice, risposta mai arrivata.
Lamin Sonko sceglie di impiccarsi all’interno della sua prigione interiore ed esteriore. Intervengono i soccorsi, viene portato d’urgenza in ospedale, ma, ahimè, i giorni successivi non gli sono stati clementi. È morto in quelle condizioni pietose e disumane che solamente un carcere saprebbe offrire a chi soffre.
Nella sezione “sicurezza” dove era detenuto, il nostro protagonista non aveva nemmeno vestiti indosso, niente ora d’aria, né la possibilità di partecipare alle attività sociali offerte proprio da quella Fondazione che tanto si chiede il perché di tanto abbandono.
Per giorni avrebbe chiesto di chiamare sua madre, ma la chiamata gli è stata negata come se fosse un privilegio riservato a qualcuno di più fortunato. Don Selmi commenta amaramente: “Non sapremo mai se un gesto così semplice avrebbe potuto cambiare qualcosa, ma sappiamo una cosa: un uomo in sofferenza è stato privato persino delle minime occasioni di umanità.”
Il paradosso di un carcere che “cura”
Guardiamo in faccia l’inefficienza di un sistema penitenziario che si vanta di “gestire” soggetti ad alto rischio, lasciando invece che il loro disagio scivoli nel nulla più assoluto, accompagnato da silenzi e protocolli che si limitano a spogliare l’umano di ogni dignità, ricacciandolo in una solitudine senza scampo.
Il carcere di San Vittore non è solo mura fredde e sorveglianza; è un microcosmo dove il fallimento sociale si manifesta ogni giorno, mascherato da procedure “di sicurezza” che si dimenticano del semplice concetto di cura e attenzione. Paradossalmente, il luogo predisposto per proteggere e trattare non fa che alimentare la disperazione.
Ma tranquilli, nessuno è responsabile. Gli interrogativi vengono posti, ma mai trovano risposta. E così la tragedia di Lamin Sonko diventa solo un altro dato statistico, una nota a piè di pagina da ignorare finché il prossimo caso non chiama ancora all’indifferenza collettiva.
In fondo, perché preoccuparsi? Quando ci sono “casi psichiatrici” è più semplice lasciarli in cella liscia, senza niente, senza contatti, isolati come fosse la soluzione definitiva a ogni disagio. Se poi questa scelta provoca una morte, beh, quella sarà solo un’infelice coincidenza, nulla di più.



