Il Ceo di Maersk annuncia che la guerra in Iran sta per dare il meglio di sé nei mesi a venire, preparatevi allo spettacolo ormai inevitabile

Il Ceo di Maersk annuncia che la guerra in Iran sta per dare il meglio di sé nei mesi a venire, preparatevi allo spettacolo ormai inevitabile

Non c’è modo migliore per svegliare il mondo degli affari globali se non dichiarare una guerra tra Stati Uniti e Iran. A detta del CEO di Maersk, Vincent Clerc, questa crisi ha imposto un nuovo, sgradito “campanello d’allarme” per il commercio mondiale, e la situazione rischia solo di peggiorare col passare dei mesi.

Intervistato da CNBC subito dopo la pubblicazione dei risultati trimestrali dell’azienda, Clerc ha disegnato un quadro entusiasmante: pressioni sui costi a dir poco micidiali, costi che, bravi clienti, dovrete ovviamente accollarvi voi, poveri consumatori.

“Siamo un’industria estremamente energivora, e questo ha creato tutta una serie di nuove, simpatiche complicazioni con cui dobbiamo fare i conti,” ha spiegato con candore il CEO. “Avranno un impatto importante nei trimestri due e tre.”

L’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio, scatenato dall’intensificarsi del conflitto nel Medio Oriente e dall’incertezza sulla chiusura dello Stretto di Hormuz, sta alimentando ansie inflazionistiche in tutto il globo. Giovedì scorso il prezzo del Brent, benchmark mondiale, ha fatto timidi passi indietro, scendendo a 93,01 dollari al barile, complice qualche flebile speranza di un accordo di pace tra Washington e Teheran.

Vincent Clerc ha tagliato corto:

“Questo shock energetico significa circa 500 milioni di dollari in costi aggiuntivi al mese finché il petrolio rimarrà intorno ai 100 dollari al barile. Pesissimo. Possiamo tentare di tagliare qualche costo qua e là, ma la maggior parte va trasferita sui clienti, perché non possiamo sobbarcarci un aumento di questa portata.”

Il conflitto ha avuto però l’effetto di far sorgere qualche domanda esistenziale su quanto a lungo il settore marittimo – e il consumo in generale – possa reggere questa botta:

“Man mano che questi rincari arriveranno al consumatore finale, assisteremo a una distruzione della domanda? E questa frenata riverbererà a catena su tutta la filiera, con una domanda più debole nella seconda parte dell’anno?”

‘Domande che ci guardiamo bene dal ignorare,’ ha ammesso Clerc, perché uno scivolone di domanda sarebbe la vera mina vagante per l’industria e per l’intera catena globale.

Non esattamente un quadro rassicurante, specie se si pensa che Maersk, spesso considerata l’oracolo del commercio globale, ha appena dichiarato un calo del 35% dell’EBITDA nei primi tre mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Inutile dire che le attese erano comunque di risultati non proprio esaltanti, ma il declino è innegabile.

I ricavi sono diminuiti del 2,6%, attestandosi a 13 miliardi, un risultato leggermente migliore delle previsioni, trainato però da costi più alti e tariffe di trasporto più basse, un bel mix esplosivo per il business marittimo.

Con grazia disarmante, Maersk ha sospeso due rotte chiave tra Medio Oriente, Asia ed Europa, perché, diciamo, la sicurezza dei mari è un dettaglio… E hanno pure mantenuto le previsioni di crescita dell’EBITDA per tutto il 2026, andando a caccia di qualche spiraglio positivo nonostante il mare grosso.

Nel loro consueto linguaggio corporate comunicano: la capacità del settore è gonfiata dai nuovi arrivi di navi, e gli scenari per la riapertura dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso sono così indecifrabili da farci mettere le mani avanti.

Non manca poi la denuncia dello scenario geopolitico che regna sovrano e spadroneggia nello stampino macroeconomico globale, con la guerra all’Iran che aggiunge un “ulteriore livello di incertezza” degno di un thriller politico.

Da quando il conflitto è scoppiato, il passaggio dello Stretto di Hormuz, crocevia vitale per il commercio mondiale, è praticamente fermo. Le tregue sono fragili, i negoziati avanzano al passo di lumaca, e la fiducia dei consumatori fa la fine della borsa durante un crollo azionario.

Se il prezzo del petrolio dovesse rimanere tra i 90 e i 100 dollari al barile per tutto il 2026 e si riuscisse a chiudere presto la faccenda bellica, la domanda globale di container potrebbe crescere tra il 2 e il 4%.

Ma chiaramente “l’equilibrio dei rischi è verso il basso” e spiacevoli sorprese non sono affatto da escludere, nel meraviglioso mondo dell’incertezza.

La chiusura, come in ogni grande narrazione commerciale, non può che essere un invito roboante: è tempo di sviluppare filiere più robuste e strategie ingegnose per combattere quelle simpatiche “disruptions” che il Golfo ci regala a piacimento.

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