Il gruppo Campari ha archiviato il primo trimestre del 2026 con vendite pari a 643 milioni di euro, segnando un calo del 3,4%. Ovviamente, per mantenere alta la suspense arriva subito la precisazione che la crescita organica si attesta a un più rassicurante +2,9%. Questa brillante ‘performance’ è il risultato della fuoriuscita dal perimetro aziendale di Cinzano, accompagnata dal sempre benevolo effetto cambi. La strada verso il successo, stando al comunicato, resta la stessa: la guidance per l’intero anno è confermata, perché, si sa, l’ottimismo è la prima cosa da non perdere (anche se sembra un po’ un mantra ripetuto senza sostanza).
Se si scava un po’ più a fondo, il gruppo può finalmente vantare un “trend positivo” nelle diverse brand house e nelle aree geografiche. Addirittura, la crescita si registra in ben 18 mercati, tra cui – naturalmente – quelli principali, come dire “ci siamo, almeno da qualche parte”. Nel frattempo, negli Stati Uniti, c’è stata una “ottimizzazione delle scorte” dei brand meno prioritari: in altre parole, hanno fatto un po’ di pulizia tra gli scaffali, magari sperando di liberare spazio per qualcosa di più “spumeggiante”.
Il comunicato, che sembra scritto da un verso poeta della finanza, punta sull’idea che Campari abbia continuato a sovraperformare il settore (non si sa bene rispetto a chi, ma fa sempre effetto dirlo) e ad aumentare le quote di mercato, soprattutto nel canale “on-premise” – che tradotto significa bar e ristoranti, ovvero dove si consuma davvero il prodotto e non solo nelle vetrine.
Forse la cosa più “interessante” riguarda il primo trimestre, definito con una discreta enfasi come “il più contenuto dell’anno”. Una specie di scampolo di stagione su cui però si è investito parecchio, con un’accelerazione delle attivazioni dei brand, il tutto concentrato su destagionalizzazione ed espansione geografica: un modo elegante per dire che cercano di vendere tutto l’anno, e non solo quando fa caldo o è festa.
“Abbiamo aumentato le quote di mercato”
Il CEO, Simon Hunt, si prende la scena con una dichiarazione degna di un consigliere motivazionale. Parole sue:
“Abbiamo iniziato il 2026 con una performance solida nel trimestre più contenuto, grazie all’implementazione della strategia focalizzata su un minor numero di iniziative, ma di maggiore impatto strategico.”
In pratica, meno roba ma più efficace. E non finisce qui, perché Hunt ci tiene a sottolineare che, nonostante un “contesto operativo sfidante” (tradotto: mercato difficile, costi alle stelle, consumatori incerti), le quote di mercato sono aumentate nella quasi totalità dei principali mercati globali, soprattutto per i brand prioritarî. Un applauso anche agli investimenti nei brand e all’innovazione in pipeline, tutti elementi che dovrebbero portare al “picco stagionale”.
Concludendo con una sicurezza che fa quasi tenerezza, Hunt afferma che questo avvio “solido” consente di confermare la guidance per il 2026. Un’illusione collettiva ben orchestrata, insomma, che ci fa tutti sognare un futuro radioso mentre si naviga in una realtà fatta di numeri che spesso non combaciano con la musica del marketing.



