Si può stare tutti tranquilli: il rischio che i quattro italiani a bordo del volo diretto da Johannesburg a Amsterdam si siano beccati l’hantavirus è talmente basso da far sembrare un allarme bomba una passeggiata al parco. Del resto, sembra che il contatto ravvicinato o prolungato con la fortunata signora malata non ci sia stato proprio, quella che tra le altre cose è stata gentilmente fatta scendere dall’aereo prima del decollo. Una mossa da manuale, a quanto pare.
Lo ci viene a raccontare gentilmente Gianni Rezza, docente di Igiene alla Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, mentre cerca di rassicurarci sul fatto che quei poveri passeggeri italiani sottoposti a protocolli di sorveglianza siano dei poveri innocenti dal contagio. Tutto è nato da una crociera partita ad aprile dall’Argentina, dove per la cronaca sono finiti al cimitero ben tre persone. Niente panico, però.
Rezza continua con la sua sinfonia della normalità: non sono a rischio nemmeno i contatti dei nostri connazionali, visto che non hanno ancora messo in mostra sintomi da Oscar. Però, in un atto di magnanimità quasi teatrale, giustifica l’isolamento fiduciario e la sorveglianza clinica. Non perché il virus sia chissà quanto contagioso, eh no. Piuttosto per via della gravità dei sintomi, che sembra essere la vera star del film. Non vorremmo mica che qualcuno si ammalasse seriamente, suvvia!
La chicca finale è che “infezione da virus Andes” non significa per forza trasmissione indiscriminata, anche se il concetto di “superdiffusore” torna come un discorso riciclato del lunedì mattina. Insomma, ci sono quegli individui pronti a contagiare la metà del pianeta con uno starnuto, che hanno fatto la loro comparsa anche a bordo della infelice nave da crociera Mv Hondius. Roba da film horror con le bacchette del karaoke.
“Esistono i superdiffusori”
Ecco il dettaglio più gustoso: la trasmissione dell’hantavirus avviene solo da chi è sintomatico, quindi già ammalato, a differenza del virus Sars-CoV-2, quel mostro invisibile che trasmette anche da asintomatici e quindi spappola i nervi a chiunque. Questo rende l’identificazione e l’isolamento molto più semplici, almeno sulla carta. Mica pizza e fichi, ma quasi.
Rezza insiste come un disco rotto: “I superdiffusori sono realtà, li abbiamo visti anche in Argentina”. Un articolo scientifico titolato e sponsorizzato dal prestigioso New England Journal of Medicine nel 2020 non mente: tre persone infettate da aerosol provenienti da urina e escrementi di topo hanno innescato la catena fino a 30 casi. E chiaro che in un ambiente chiuso, stipato fino all’inverosimile come quello di una nave da crociera, la diffusione diventa un gioco da ragazzi.
Il famoso contatto stretto e prolungato aiuta il virus a fare il suo sporco lavoro, e qualche fortunato “superdiffusore” diventa il protagonista indiscusso di questa tragicommedia virale. Sulla nave Mv Hondius, infatti, nessun mistero: calca la scena uno di questi, uno vale uno, che ha passato l’infezione – guarda un po’ – anche alla consorte.



