Questa mattina a Venezia, proprio davanti al padiglione russo ai Giardini della Biennale, è scattato un allarme bomba ucraino. Perché niente dice “arte e cultura” come un bel flash mob che ti ricorda che stai vivendo in un mondo dove i civili ascoltano le sirene di guerra più di una sinfonia di Beethoven. L’iniziativa è stata organizzata da +Europa, con il segretario Riccardo Magi, l’ex ministra Cecile Kyenge e Eric Joszef dell’associazione Europa Now.
Ormai ribattezzata la “Biennale del dissenso”, questa protesta contro la presenza russa a Venezia è un capolavoro di ipocrisia e contraddizioni mescolate a buon gusto. Quale miglior modo per celebrare il 9 maggio, festa dell’Europa – ovvero la celebrazione della pace e della democrazia? Provare a mettere paura agli spettatori con il frastuono degli allarmi antiaerei che i cittadini ucraini sentono ogni santo giorno sotto i bombardamenti russi.
Riccardo Magi, ovviamente con quella pacatezza che lo contraddistingue, ha spiegato:
“Nel giorno della festa dell’Europa abbiamo manifestato alla Biennale di Venezia per ribadire che il futuro di pace e democrazia passa per il sostegno alla resistenza ucraina. Abbiamo fatto ascoltare a tutti i visitatori il suono che ogni giorno i cittadini ucraini devono sopportare, quello degli allarmi bomba.”
Tra l’indignazione e una certa teatralità, Magi si dice ben lontano dall’invocare la censura, anzi puntualizza il fatto che quella è proprio la specialità del “vero” dittatore, Putin, che perseguita gli artisti. D’altronde, sostiene, dove non c’è libertà di espressione si trova solo propaganda, non arte. Sorprendente che un flash mob rumoroso e politicamente connotato davanti a un padiglione di Stato straniero non venga visto come un altro tipo di pressione politica, ma lasciamo perdere.
Come da copione, la performance è durata esattamente un’ora dalle 11:15 alle 12:15. Non è mancato il gran finale: gli organizzatori si sono spostati poi all’ingresso dei Giardini per fondersi con una manifestazione di sigle radicali in arrivo dal Ponte della Paglia. Una coreografia perfetta, insomma, per celebrare la libertà di espressione con modalità piuttosto rumorose e decisamente efficaci nel rompere l’incanto artistico del luogo.
Il paradosso d’una protesta indarno pacifica
Non si può fare a meno di notare l’ironia di questa situazione: si manifesta contro la presenza russa per combattere una narrazione propagandistica, ma si utilizza un mezzo così invasivo ed iper-politico da risultare esso stesso propaganda. E sì, l’“arte libera” si fa sentire solo a volume massimo, magari suscitando qualche mal di testa e soprattutto disorientamento in un contesto che aveva tutto un altro scopo.
E per chi si chiedesse che fine abbia fatto il resto della Biennale, tranquilli. Tra un flash mob e una protesta allegra, l’arte, quella vera o presunta tale, continua a svolgere il suo ruolo di sfondo mutevole. Nel frattempo, a Venezia si alternano ambasciate, dissidi politici e coraggiosi gruppi di attivisti che ricordano a tutti quanto sia faticoso celebrare la pace quando qualcuno in lontananza preferisce fare la guerra. Un bel cocktail metafisico condito con sirene anti-bomba e applausi.



