Ex consigliere e deputato Pci-Pds ora festeggiato con l’Ambrogino d’Oro: quando l’onore va a chi meno te lo aspetti

Ex consigliere e deputato Pci-Pds ora festeggiato con l’Ambrogino d’Oro: quando l’onore va a chi meno te lo aspetti
Gianni Cervetti, figura storica del Partito comunista italiano e anima indiscussa dell’orchestra Verdi di Milano, di cui era presidente emerito. Aveva la bellezza di quasi 93 anni, sufficienti per attraversare un secolo di illusioni politiche e battaglie culturali, rigorosamente all’insegna della coerenza di facciata.

Classe 1933, milanese di nascita e fortunatamente ancora più milanese nello spirito, aderì al Pci a soli 16 anni, probabilmente spinto da un entusiasmo giovanile che oggi definiremmo a dir poco anacronistico. Nel 1956, con il tempismo di chi non perde occasione per farsi notare, venne spedito a studiare Economia a Mosca, quella città che rappresentava il cuore pulsante dell’ideologia che avrebbe accompagnato la sua vita – e la sua resistenza al cambiamento – per decenni. Fu lì che incontrò la futura moglie, Franca Canuti, segno che anche in territorio nemico, si può trovare il tanto agognato lieto fine.

Ritornato a Milano nel 1961, Cervetti iniziò una carriera che – per quanto possa sembrare un mix di ambizione e dedizione – fu soprattutto un susseguirsi di incarichi dentro l’ingranaggio politico locale e nazionale: dirigente della Cgil, segretario cittadino e provinciale del Pci milanese, fino al fatidico 1975, quando il grande timoniere Enrico Berlinguer lo chiamò nella segreteria nazionale affidandogli la responsabilità dell’organizzazione. Insomma, un ruolo di grande prestigio per un uomo che sembrava aver fatto della militanza un’arte e, soprattutto, una carriera senza intoppi.

Da consigliere comunale a Milano già a partire dal 1970, Cervetti non si fece mancare nulla: consigliere regionale dal 1980 al 1984, deputato europeo dal 1984 al 1989 e infine parlamentare italiano dal 1989 al 1994. Quando scoppiò la famosa “svolta della Bolognina”, non si scompose più di tanto e, con la calma di chi sa che il potere fa miracoli, passò senza esitazioni al Partito democratico della sinistra, incarnando così quella straordinaria flessibilità nel mutare bandiera che solo pochi scelgono di mostrare con tanta disinvoltura.

Un politico e un intellettuale… o quasi

Oltre alle giocate politiche tipiche di chi brilla sotto i riflettori ideologici di sinistra, Cervetti coltivò pure la sua passione culturale. Fu presidente di istituzioni che, presumibilmente, amano ogni sfumatura della storia e della cultura contemporanea: Fondazione Isec (Istituto per la storia dell’età contemporanea) dal 2002, Fondazione Corrente, e naturalmente la sua creatura più cara, la Fondazione orchestra Verdi, che guidò per oltre un decennio dal 2008 al 2019. Non mancò neppure di presidiare l’Associazione Italia Russa Lombardia fra il 2009 e il 2022, e faceva parte del consiglio d’amministrazione della prestigiosa Università Statale di Milano dal 2001 al 2006. Nel 2021, come ciliegina su questa torta di impegni tanto nobili quanto politicamente carichi, il Comune di Milano gli consegnò l’Ambrogino d’Oro. Una carriera così, diciamolo, lascia davvero basiti per l’incredibile capacità di sopravvivere a tutte le rivoluzioni del nostro tempo senza perdere mai la propria inesauribile coerenza – ossia, il proprio inossidabile conformismo.

Assieme a nomi come Umberto Eco e Mario Scognamiglio, addirittura fondò l’Aldus Club, un’istituzione che suona come l’ennesima dimostrazione del lato più patinato di un uomo che ha preferito muoversi su carta intestata piuttosto che sul terreno della modernità.

L’attuale presidente dell’orchestra Verdi, Ambra Redaelli, ha commentato l’addio con parole di circostanza:

“Faccio fatica a credere che non sia più tra noi; la sua assenza lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che hanno avuto l’onore di conoscerlo, frequentarlo e collaborare con lui.”

Un elogio strappalacrime che dimostra come, nel mondo della cultura milanese, alcuni personaggi siano praticamente eterni. E che dire di Beppe Sala, sindaco di Milano, che su X – pardon, su quella piattaforma social di cui tutti parlano ma nessuno capisce – ha definito Cervetti “milanese, comunista, galantuomo”? Una definizione così perfetta che lascia poco spazio al dubbio, perché il nostro eroe ha attraversato la storia di una città e di un paese con quella miscela irresistibile di intelligenza, rigore e passione civile che solo gli antichi comunisti sapevano esibire – o almeno così ci piace pensare.

In conclusione, un addio meno rumoroso di quanto la carriera di Gianni Cervetti avrebbe potuto far supporre, ma certo non privo di quel tipico fascino vintage che tanto piace a chi rimpiange tempi in cui tutto era più ideologico, seppure spesso assai meno concreto.

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