Come se non bastasse: lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni secondo l’Istat che ci fa sognare ancora il futuro

Come se non bastasse: lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni secondo l’Istat che ci fa sognare ancora il futuro

Benvenuti nell’Italia del 1861, un paese che più frammentato non si può, soprattutto se parliamo di infrastrutture di trasporto. Mentre nel resto d’Europa si facevano i primi passi verso reti ferroviarie solide e funzionali, da noi ci si poteva solo vantare di una spanna di binari che collegava le città della pianura padana. La dorsale Nord-Sud? Quella era solo un sogno lontano, quasi un miraggio su una carta geografica.

Per mettere le cose in prospettiva: quella stessa annata vede in Germania (ancora tutta da unificare, figurarsi), ben 11mila chilometri di ferrovia, in Regno Unito 14mila, e in Francia 4mila. Claudicante, ma almeno in linea con il suo tempo, l’Italia arrancava con i suoi 2.500 km.

Una cosa fino a qui forse l’abbiamo fatta bene: la crescita della rete ferroviaria è stata rapidissima, quasi come se fosse una gara a chi riusciva a dimenticare il proprio passato più velocemente. Nel 1881 siamo quasi a quota 10mila km, nel 1901 tocchiamo i 16mila e, con orgoglio, arriviamo al fatidico record di 23.227 chilometri nel 1942. Nel frattempo, piccoli dettagli come doppio binario, segnaletica e persino elettrificazione hanno fatto capolino, giusto per accelerare le cose.

Non basta: tra il 1924 e il 2024 i passeggeri-km sono passati da una misera manciata di 7 miliardi a oltre 55 miliardi. Un vero exploit, se non fosse che la qualità e la quantità stentano ancora ad andare di pari passo.

Quel glorioso primato della domanda di trasporto ferroviario

Oggi paghiamo il prezzo di essere un po’ l’Italia di sempre: la domanda di trasporto ferroviario è sì superiore a quella della Spagna, ferma a 38 miliardi di passeggeri-km, ma prendiamoci un minuto per non vantarcene troppo. La Francia e la Germania ci guardano dall’alto in basso con oltre 100 miliardi di passeggeri-km ciascuno, quasi cinque volte il nostro valore.

Facciamo un salto nel tempo per la cronaca: nel 1926 chi voleva raggiungere Milano da Roma senza cambiare treno poteva godersi un bel viaggio tra le 13 e le 14 ore, almeno per tollerare il paesaggio. Nel 1989, miracolosamente, i collegamenti erano triplicati e il tempo sceso a circa 5 ore e un quarto. E oggi? Nel 2025, a partire dall’altro ieri, abbiamo più o meno 130 collegamenti e, per chi vuole accelerare, c’è chi viaggia senza fermate intermedie da Roma a Milano in meno di tre ore. Tutto merito di quella splendida iniziativa tutta italiana chiamata alta velocità, nata nel 1977 con la “direttissima Roma-Firenze”. Spettacolare, no?

Tra il 2008 e il 2024 la rete ferroviaria ad alta velocità si è raddoppiata fino a oltre 1.000 km, cosa che ci permette di sbandierare qualche primato imbarazzante: 3,7 km di alta velocità ogni 1.000 km2, meglio della media UE di 2,1 e seconda solo a Francia (4,3) e Spagna (6,3). Ma non illudiamoci troppo, che quella fetta del 40% della mobilità ferroviaria che vanta l’alta velocità è un contrasto evidente con il resto della rete, ancora in parte ferma agli anni ’30.

Il volo pindarico del trasporto aereo

Se la ferrovia è il simbolo lento e sofferto del nostro progresso, il trasporto aereo è il turbo scatenato che fa impallidire chiunque provi a seguirlo. Dall’arrivo dei voli charter fino alle compagnie low-cost che ieri non immaginavamo nemmeno, volare è diventato così elementare che pare incredibile chi oggi si stupisce ancora dell’aumento incessante della domanda.

I passeggeri che transitano per gli aeroporti italiani sono passati da 800mila nel 1954 a oltre 218 milioni nel 2024. No, non è un errore di battitura: la cifra è proprio quella. Un aumento quadruplicato negli ultimi trent’anni, e pensare che persino una pandemia mondiale non ha avuto la forza di arrestare questa corsa sfrenata.

L’automobile o la grande illusione del benessere

Se treno e aereo sono innovative espressioni di modernità, l’auto è l’irresistibile simbolo di benessere casalingo. Basta pensare agli anni del boom economico, tra il 1961 e il 1971, quando le autovetture iscritte al PRA sono schizzate da meno di 50 a più di 200 ogni mille abitanti.

In una risposta più pragmatica alle nuove esigenze di mobilità, la rete stradale statale e provinciale ha avuto un raddoppio miracoloso in poco più di un decennio a partire dalla fine degli anni ’50, mentre quella autostradale tra il 1956 e il 1964 è praticamente triplicata grazie all’Autostrada del Sole. Il tutto prosegue negli anni ’70 con tanto zelo, per rallentare un po’ dalla fine del secolo scorso, ma raggiungendo oggi oltre 7.500 km di autostrade.

Un altro primato a cui non possiamo rinunciare è quello di Paese europeo col più alto tasso di motorizzazione. Nel 1991 avevamo già raggiunto 500 auto ogni 1.000 abitanti; nel 2024 questa cifra è salita a oltre 700, ben oltre la media UE di 578, e persino più alta di Francia, Germania e Spagna, che invece galleggiano intorno a valori tra 550 e 600.

La supremazia navale nel commercio delle merci

Se avete pensato che la nostra storia di infrastrutture si fermasse sulle rotaie, nell’aria o sull’asfalto, siete naturalmente fuori strada, pardon, mare. Quasi l’80% delle merci consumate e prodotti all’interno del Paese attraversa gli scali portuali, confermando la tradizionale dipendenza del Belpaese dal commercio marittimo. E come dargli torto? Quando si vive tra laghi, fiumi e soprattutto un lungo mare, bisogna pur imparare a farsi portare le cose in qualche modo, anche se poi le infrastrutture interne per distribuirle lasciano a desiderare.

Oh, che sorpresa! Nel gran circo dei trasporti europei, ogni Paese sceglie la sua scorciatoia preferita per spostare merci. Per Italia, Spagna e Francia, il mare è la grande autostrada invisibile, con il trasporto marittimo che surclassa il resto, mentre la strada, fedelissima, gioca a rincorrere. Nel regno tedesco, invece, la robusta rete stradale affronta tutto con un gigantesco carreggiato di camion, a testimonianza della posizione strategica centrale e dell’inarrestabile voglia di dominare gli scambi continentali (vedi figura 6). Ovviamente, niente di sorprendente, solo la conferma del proverbiale pragmatismo germanico.

Chiudiamo un occhio sulla monocorde diatriba: il volume del traffico merci via nave cresce seguendo l’andamento dell’economia nazionale, come il metronomo di una sinfonia tra boom e crisi. Dal 1924 al 2024, il carico complessivo è schizzato da modesti 31 a stratosferici quasi 500 milioni di tonnellate. La fase clou? Dopo la guerra, come una fenice che risorge dalle ceneri, fino all’implacabile muro del primo shock petrolifero nel 1973-74. Da lì in poi, un lento cammino con qualche inciampo statutario, che non si è fatto mancare la crisi del 2008 (e la sua interminabile coda), più la fresca caduta al tappeto del 2020 per colpa del simpatico Covid-19 (già, perché anche le merci amano prendersi una pausa) (vedi figura 7).

La connessione del Paese: dalle cartoline ai petabyte

Un salto temporale e tecnologico che nemmeno Hollywood avrebbe osato immaginare: dal dolce tintinnare delle cartoline che viaggiavano via posta a una valanga di bit che oggi ci sommergono in ogni momento. Nel 1926, con un quarto della popolazione che faticava persino a leggere, la corrispondenza cartacea era ovunque: due miliardi di lettere e cartoline inviate, mica bruscolini. Ma nel 1989 si raggiunge l’apice con ben 8,6 miliardi di missive. Da quel monumentale picco, la comunicazione scritta comincia una lenta agonia, riducendosi oggi a poco più che un’eco di tempi gloriosi, salvata soltanto dal mondo commerciale, visto che la cara e vecchia lettera personale è ormai un oggetto da museo.

Il telefono, quel meraviglioso aggeggio che permetteva di parlare “in diretta” con qualcuno lontano, comincia il suo dominio nella prima metà del ‘900, ma restava roba per pochi eletti. Nel 1960, infatti, si contavano meno di 6 abbonati ogni 100 abitanti, un vero club esclusivo. Poi, nella turbolenta epoca del boom economico, l’apparecchio fa breccia in quasi tutte le case: il 2001 segna il suo apice storico con 47,7 abbonamenti ogni 100 persone, giusto in tempo per essere mandato in soffitta dalla rivoluzione mobile.

E come dimenticare il trionfo del cellulare? Negli anni ’90, a partire dal 1995, un’esplosione di SIM invade il tessuto sociale: da poco più di 20 abbonamenti (quasi surreale) nel 1997 a 152 ogni 100 persone nel 2007. Perché accontentarsi di una sola SIM, quando si possono avere migliaia di promesse di connessione e convenienza? Va notato che questa mania da multitasking seriale si è un po’ calmata nell’ultimo decennio, ma mai abbastanza da farci credere che abbiamo imparato la lezione (vedi figura 8).

La vera festa in famiglia, però, è arrivata con l’Internet. Definita la “quarta rivoluzione” della comunicazione, ha cancellato le lettere, sostituendole con un balletto incessante di SMS, email e app di messaggistica istantanea. Nel frattempo, l’infrastruttura si rinnova come in una gara di moda tecnologica: il 5G si espande, la fibra ottica si infila ovunque, e il rame, quel vecchio amico di una volta, viene cacciato sullo sfondo (vedi figura 9).

Tra il 2019 e il 2024, le connessioni fisse sono quasi ferme ai blocchi di partenza, ma con una rivoluzione silenziosa sotto i piedi: il rame scende dal 47% al 14%, sostituito da fibra e tecnologie wireless fisse (FWA). Che dire? L’Italia corre veloce sulle rotaie del digitale, anche se qualche passo falso lungo il cammino non manca mai.

Nel fantastico mondo della connessione digitale, è diventato evidente che la domanda di connettività continua a crescere in modo esponenziale, come se non ci fosse un domani. La pandemia ha fatto il suo dovere, spingendo la gente a divorare contenuti online e a lavorare da remoto come se fosse la cosa più normale del mondo. Così, il volume di dati scambiati è esploso, rendendo il periodo pre-pandemico un lontano ricordo da museo: dal 2019 al 2024, il traffico medio giornaliero via rete fissa è passato da 70 a oltre 170 Petabyte, praticamente raddoppiato, mentre sulle reti mobili si è quadruplicato, da 12 a 48 Petabyte. Per tradurre in termini umani, ogni linea fissa si sorbisce quasi 9,5 gigabyte al giorno, mentre quella mobile si limita a circa 0,9 gigabyte quotidiani.

Nonostante queste cifre da capogiro, l’Italia sembra ancora arrancare nel regno della banda larga fissa, con solo 29 abbonamenti ogni 100 abitanti in grado di garantire almeno 30 Megabit al secondo. Mettiamola così: siamo palesemente indietro rispetto ai 38-39 degli agguerriti concorrenti francesi, tedeschi e spagnoli. Ma non preoccupatevi, perché in compenso gli italiani si distinguono per essere tra i maggiori consumatori di Internet su rete mobile, sorpassando la Francia (che si “accontenta” di 0,6 gigabyte) e doppiando nonchalance la Spagna (0,4) e la Germania (0,3). Evidentemente, preferiamo navigare in mobilità, magari per sentirci un po’ più hipster o ribelli, chi può dirlo.

Ma aspetta, c’è di più! Il fenomeno del traffico dati mobile è stato ulteriormente gonfiato dalla diffusione delle super tecnologiche Sim Machine-to-Machine (M2M), che tanto piacciono all’industria manifatturiera e al mondo delle auto connesse. Un’evoluzione tecnologica, dite voi? Certo, ma anche un ottimo stratagemma per aumentare i numeri. Nel 2024, la Germania vanta 88 Sim M2M ogni 100 abitanti mentre l’Italia, non proprio a capo della classifica ma nemmeno ultimo, ne conta 52. Si tratta di un bel salto rispetto alle magre 7 unità di poco più di un decennio fa. Francia e Spagna, nel frattempo, si mantengono più timide con rispettivamente 35 e 28 Sim M2M ogni 100 abitanti.

Un mito chiamato “elettrificazione ferroviaria”

In tema di trasporti, l’Italia si vanta di essere stata un pioniere europeo nell’elettrificazione delle linee ferroviarie—e lo era davvero, almeno prima che qualcuno si accorgesse che il resto d’Europa non solo correva più veloce ma copiava anche più efficacemente. Con 4mila chilometri elettrificati già prima della Seconda guerra mondiale e 5.800 nel 1953, oggi possiamo vantare oltre 12mila chilometri di linee elettrificate, circa tre quarti del totale. Mica male, direte. Solo che la Spagna, con estensione ferroviaria simile, si ferma al 66%, mentre Francia e Germania, con reti molto più estese, si attestano rispettivamente al 61% e 55%. Insomma, il primato storico si è trasformato in una piacevole curiosità da museo ferroviario.

E se pensate che tutto questo basti, vi sbagliate: circa 8.000 chilometri sono a doppio binario e tutte le linee dispongono di sistemi di protezione marcia treno, giusto per farci sentire più sicuri mentre il nostro treno fa lo slalom tra modernità e arretratezza.

Traffico passeggeri e motorizzazione da manuale dell’ironia

Nel capitolo “percorrenze”, ovvero quanto ci spostiamo, i dati demografici complicano il quadretto. Gli italiani percorrono circa 948 chilometri per residente, più di Spagna (778), ma meno della Germania (1.307) e Francia (1.561). Evidentemente, il nostro spirito vagabondo è un po’ meno energico di quello nordico e iberico. Peccato che le statistiche sulla motorizzazione italiana cerchino di tirare acqua al proprio mulino, contando solo i veicoli che teoricamente circolano, per giustificare un tasso di 564 auto ogni 1.000 abitanti, allineato alla media europea. Insomma, poco o nulla da invidiare, ma con un conveniente pizzico di ottimismo statistico.

I porti italiani: la modestia non è di casa

Quando si parla di porti principali, l’Italia passa da un modesto 12 porti nel 1938 a ben 58 “main ports” riconosciuti oggi, con numeri da capogiro: oltre un milione di tonnellate di merci o 200mila passeggeri annui per scalo. Purtroppo il solo aumento quantitativo non si traduce sempre in efficienza o competitività, ma almeno possiamo batterci il petto in nome della quantità, che ammettiamolo, fa sempre una bella figura nelle presentazioni istituzionali.

Insomma, l’Italia naviga a vista nel mare agitato della modernità digitale e infrastrutturale, alternando timidi passi avanti a amnesie storiche, con qualche sprint degno del passato glorioso. Se la parabola della connettività e dei trasporti fosse una serie televisiva, sarebbe senza dubbio un dramma con inserti tragicomici da applausi.

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