Si sono finalmente concluse, nella notte più buia e meno proficua, le perquisizioni condotte dai carabinieri nella tana di Francesco Dolci. L’imprenditore edile quarantenne, secondo una felice coincidenza l’ex fidanzato di Pamela Genini, è da mercoledì ufficialmente iscritto nel registro degli indagati per vilipendio di cadavere e profanazione di sepolcro. Una storia da romanzo giallo, anzi da thriller che nessuno avrebbe voluto leggere, che ruota intorno al furto – udite udite – della testa di una povera donna, scomparsa nel nulla dal cimitero di Strozza. La vittima? La stessa Pamela Genini, brutalmente uccisa lo scorso 14 ottobre a Milano.
Perché rubare una testa? Sì, proprio quella, il pezzo più incredibile e macabro del puzzle. E così i gloriosi militari dell’Arma, armati di torce e pazienza, hanno deciso di ispezionare ogni angolo dell’abitazione di Dolci a Sant’Omobono Imagna, spingendosi addirittura fino alla casa dei suoi genitori. Alla caccia, ovviamente, di tracce, pezzi di cranio o magari un souvenir di dubbio gusto ligato al furto sacrilego.
Non vorrete mica che dopo ore e ore di ricerche, come nei migliori film polizieschi di serie B, abbiano trovato qualcosa? Nulla, neanche una piuma o un ossicino caduto per sbaglio. Tutto perfettamente… vuoto. Il nulla cosmico che però, incredibilmente, non cancella il sospetto che pende come una spada di Damocle sulla testa di Dolci.
Un profilo da thriller psicologico
Francesco Dolci, il protagonista involontario di questa saga lugubre, si è trasformato nel fulcro di un’indagine più intricatissima di un rebus complicato. Sospetti? Non mancano, soprattutto sull’eventualità che la profanazione non sia altro che un gesto d’ossessione personale, un atto di sfida o chissà quale altra follia degna di un romanzo noir. Perché Pamela, giovane ragazza spezzata a soli 29 anni, non doveva evidentemente trovare la pace nemmeno nella morte.
Indagini ancora aperte, ma il mistero grava
Il fatto che le perquisizioni abbiano dato esito zero non libera dall’ombra il sospettato. Il cranio rubato resta un mistero indelebile, e così gli investigatori non si fermano e passano al setaccio altri nascondigli possibili o complici invisibili. Come nella migliore tradizione investigativa, vengono passati al microscopio tabulati telefonici e telecamere di videosorveglianza della zona di Strozza e dintorni, cercando ogni minimo spostamento sospetto negli istanti cruciali del sacrilegio.
Intanto quella testa, quel pezzo di storia e uomo rubato, continua a mancare, alimentando l’angoscia e la disperazione di una famiglia già devastata da un crimine così orribile da sembrare uscito da un incubo al rallentatore. Il trauma non solo non si placa, ma si trasforma in un giallo sempre più assurdo, perché a quanto pare in questa faccenda nemmeno la morte basta a fermare l’assurdità.



