Ah, la meravigliosa arte di scegliere una destinazione in base alla propria personalità, come se un viaggio non fosse già abbastanza complicato senza dover scomodare Freud e Jung per decidere dove andare. Perché, si sa, la vacanza perfetta è quella che rispecchia esattamente chi crediamo di essere – o almeno chi vogliamo far credere agli altri sui social.
C’è l’intrepido avventuriero che non vede l’ora di tuffarsi in foreste inesplorate o scalare montagne che richiederebbero un alpinista e non un turista con il borsone. Poi ci sono i filosofi da spiaggia, quelli che contemplano il senso della vita guardando l’orizzonte tra un selfie e l’altro, con un cocktail in mano. Sempre utile, no?
Non dimentichiamo i cultori del lusso, naturalmente: destinazioni esclusive, hotel dove un caffè costa quanto uno stipendio medio, perché l’importante è mostrare di poterselo permettere, anche se il conto in banca piange come un bambino al primo giorno di scuola.
E poi c’è il tipo “culturalmente impegnato”, che sceglie mete ricche di musei, monumenti e “esperienze autentiche”, ovvero tour organizzati da cinquanta persone insieme, con audioguide che non funzionano e autobus sempre in ritardo. Nada autentico, ma tanto “Instagram friendly”.
Il tutto mentre il caro buon senso suggerirebbe di scegliere una destinazione basandosi su fattori molto più pragmatici, come il portafoglio, la voglia di staccare o la semplice possibilità di lasciare il gatto a qualcuno. Ma no, preferiamo spiegazioni psicologiche e profilazioni improbabili, perché va di moda.
Il teatro delle contraddizioni
Lo spettacolo si fa gustoso quando vediamo le persone contraddirsi da sole, proclamando di amare il viaggio “slow” ma prenotando otto aerei per sette giorni di ferie, o vantandosi di essere “viaggiatori consapevoli” mentre riempiono 10 valigie di souvenir inutili. Un autentico capolavoro di coerenza da premio Nobel della confusione.
E non manca mai il paradosso dell’influencer da spiaggia che si lamenta della “maldipendenza da social” mentre posta storie ininterrottamente, con l’unico scopo di dimostrare al mondo quanto sia felice a 3000 km da casa, completamente immerso nella realtà virtuale.
Tra stereotipi e realtà
Naturalmente, tutto questo è meravigliosamente orchestrato da guide turistiche, agenzie e sociologi da quattro soldi che elaborano testi altisonanti per dirci quale tipo di viaggiatore siamo, con tanto di test e quiz “verifica la tua anima” che potrebbero tranquillamente essere tratti da una rivista di gossip.
Il risultato? Una massa di gente che, convinta di aver trovato la propria “vera essenza” in un villaggio eco-sostenibile o in un trekking estremo, si ritrova poi a lamentarsi del cibo, del clima, o della scarsa rete Wi-Fi. Forse la vera destinazione da scegliere è un buon divano con una serie TV e zero pretese di approfondimenti esistenziali.
Ma se proprio non potete farne a meno, avanti così: scegliete la vostra meta con lo stesso rigore da consulenti di marketing e autocelebrazione psicologica. Magari la prossima volta il viaggio sarà un po’ più… vero. O forse no, ma almeno lo avrete scelto in base alla vostra “personalità”, e questo basta e avanza.



