Cgil lancia l’ennesimo grido d’allarme: preparatevi a lavorare fino a 48 anni, perché le pensioni pubbliche sono nel mirino

Cgil lancia l’ennesimo grido d’allarme: preparatevi a lavorare fino a 48 anni, perché le pensioni pubbliche sono nel mirino

La genialata degli ultimi interventi governativi sulle pensioni dei lavoratori pubblici è destinata a lasciare il segno. Quel brillante mix di revisione delle aliquote di rendimento, allungamento delle finestre di uscita e adeguamento alla speranza di vita ha il potere magico di colpire ben 700 mila lavoratori iscritti a casse prestigiose come la Cassa pensioni dipendenti enti locali (CPDEL), la Cassa pensioni sanitari (CPS), la Cassa insegnanti (CPI) e la Cassa pensioni ufficiali giudiziari (CPUG). In sintesi, un affare da non perdere per chi ama vedere tagli salati ai propri assegni futuri, che partono da umili 17 mila euro per i più sfortunati e arrivano a spettacolari 273 mila euro per i redditi più alti. Ah, e per ottenere la pensione di vecchiaia? Prepariamoci a lavorare fino a 48 anni, anzi, fino a 73 se il cuore regge.

Il grande esercito dei 700 mila lavoratori pubblici, tutti vittime sacrificali della legge di bilancio 2024 e degli interventi successivi, è composto soprattutto da quella variegata categoria delle carriere «miste». Cos’è? Quelle carriere dove il sistema retributivo e quello contributivo si incontrano, dando vita a una splendida confusione che ora viene prontamente punita. Secondo la cortese relazione tecnica allegata alla legge di bilancio 2024, questa meraviglia costerà ai pensionati un taglio complessivo stimato in ben 32,9 miliardi di euro lordi dal 2024 al 2043. Non è solo una questione di cifre: inizialmente i lavoratori penalizzati saranno 31.500, ma la platea crescerà, come è giusto che sia, a 147.300 entro quest’anno, 366.400 nel 2030, per raggiungere uno strabiliante 732.300 nel 2043.

Secondo la tanto agognata CGIL e la sua ala dedicata alla pubblica amministrazione, questo è uno scempio destinato a fare storcere il naso a chiunque abbia un minimo di buon senso. Parliamo infatti di una scelta così profondamente sbagliata e ingiusta da mettere a dura prova la pazienza di qualsiasi lavoratore, anche perché colpisce retroattivamente contributi già versati e speranze previdenziali costruite con immobili e pazienza a lungo termine.

Il taglio delle aliquote: una piccola opera d’arte

L’impietosa analisi dell’Osservatorio previdenza della CGIL, presentata durante una conferenza stampa alla Camera, svela i dettagli di questo capolavoro di equità: il taglio delle aliquote di rendimento si traduce in una riduzione permanente del bell’assegno pensionistico. Per farci un’idea, con uno stipendio annuo di 30.000 euro, ci si può aspettare una perdita annua che va da circe 927 euro fino a 6.100 euro in casi particolarmente “fortunati”. Fare due conti sulla speranza di vita media post-pensionamento porta a una perdita economica complessiva che può superare i 117 mila euro. Nel caso di stipendi da 50.000 euro, la forbice aumenta, oscillando tra una decurtazione annua di circa 1.545 euro fino a oltre 10.000 euro, con una perdita totale che si aggira tra i 29 mila e i quasi 196 mila euro. Per i fortunati con redditi da 70.000 euro annui, la penalizzazione può superare i 14 mila euro all’anno, scatenando una perdita globale superiore ai 273 mila euro lungo tutto il periodo pensionistico.

Maledetti figli degli anni Novanta: i più colpiti

La ciliegina sulla torta arriva dallo studio della CGIL: i più sfortunati sono i lavoratori con inizio contribuzione nel 1994, vale a dire quelli che hanno trascorso meno tempo nel sistema retributivo. Questi poveretti subiranno un taglio annuo di 6.177 euro con uno stipendio di 30.000 euro, che schizza a 10.296 euro per salari da 50.000 euro e raggiunge la vertigine di 14.415 euro per chi porta a casa 70.000 euro. Non sono bruscolini, ma cifre capaci di incidere in modo permanente sull’assegno, lasciando strascichi economici di tutto rispetto per l’intera vita da pensionato.

Non è finita qua: la normativa prevede che dal 2025 in poi, il momento di andare in pensione subisca un progressivo slittamento, allungando ulteriormente la permanenza al lavoro. Perché accontentarsi di togliersi lo sfizio della pensione a 65 anni, quando si può aspettare più a lungo? Viviamo per lavorare, no?

Il gioco delle finestre mobili e altre simpatiche trovate

Come ciliegina finale su questa torta amara, arrivano le finestre mobili. Il sistema che consente di posticipare ulteriormente la decorrenza del trattamento pensionistico, aggiungendo un pizzico di suspense e frustrazione alla vita dei lavoratori pubblici. Tradotto: anche se hai maturato i requisiti, tieni a mente che l’uscita non è così immediata come potrebbe sembrare. Nulla dice “pensione” come un bel ritardo improvviso, vero?

Insomma, un quadro a tinte fosche nel quale la promessa di equità e sostenibilità delle pensioni pubbliche sembra trasformarsi in una danza macabra di tagli, posticipi e delusioni. Ma niente paura: il governo, la legge di bilancio 2024 e i loro allegri artifici sanno bene come far sopportare il peso di questa brillante politica previdenziale a chi ha già dato tutto, e forse qualcosa in più, al servizio dello Stato.

La Cgil, per chi non fosse distratto dal clamore mediatico, ha subito notato le sfumature di questa genialata previdenziale, parlando di critiche sostanziali nell’accesso al pensionamento. Giusto per non farci mancare nulla, si crea un trattamento “ad hoc” solo per alcune categorie del pubblico impiego, giusto quei comparti che ricevono da sempre una pacchia di salari alla moda dei carcerati e che hanno un’altissima quota femminile. Scordatevi dunque equità e rispetto: il sistema si irrigidisce ancor di più, e paga il prezzo più salato chi è stanco, stressato, e magari donna. Ma non temete, il governo veglia su di noi, anziché premiarci per anni di sacrifici, ci regala l’estensione della schiavitù.

L’adeguamento automatico: la ciliegina sulla torta amara

Come se non bastassero finestre mobili e tagli, arriva l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aumento della speranza di vita. Ovviamente, la legge di Bilancio 2026 decide ferocemente di NON bloccare questo meccanismo, limitandosi modestamente a un minore aumento nel 2027, giusto per finta, perché dal 2028 si torna a ingrassare la tortura con incrementi biennali fino al lontanissimo 2050. La Ragioneria Generale dello Stato ha spiegato in modo che nessuno possa fraintendere: età pensionabile e contributi aumenteranno costantemente.

E chi credeva che il pubblico impiego potesse salvarsi? Illusi. Per Cgil, questa combinazione letale tra tagli, finestre mobili e speranza di vita riveduta e corretta condannerà a un lavoro quasi eterno, anche chi ha iniziato a lavorare appena uscito dalla culla. Oltre 40 anni di contributi? Non importa: la pensione si prenderà solo a 44 anni e 7 mesi di attività, minimo. E se si vuole evitare il taglio dell’assegno, preparatevi a restare in carreggiata fino alla pensione di vecchiaia. Stando a simulazioni più divertenti di un film horror, i più fortunati dovranno sgobbare fino a 46 anni e 7 mesi di contributi nel 2040, giusto per varcare la soglia dei 68 anni e 2 mesi di età anagrafica.

Chi pensava che il personale sanitario potesse ambire a una pausa decente si sbaglia di grosso. La cosiddetta “salvaguardia” è un prolungamento forzato di almeno tre anni dopo il diritto alla pensione anticipata, facendoli arrivare a quasi 47 anni di lavoro attivo per evitare di perdere qualche spicciolo. Come se non fosse abbastanza crudele in settori già tormentati da turni insopportabili, carichi di lavoro da incubo e stress da far impallidire un equilibrista sulle corde.

Cgil ha commentato con la consueta delicatezza: questa condizione è “particolarmente grave”, ma nulla di nuovo sotto il sole della politica previdenziale italiana, dove la parola “giusto” è stata bandita da tempo e dove il sociale è solo un optional lontano dalle stanze del potere.

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