Cassazione chiude il sipario su Alessia Pifferi: difesa delusa, sconto nemmeno a parlarne

Cassazione chiude il sipario su Alessia Pifferi: difesa delusa, sconto nemmeno a parlarne

Finalmente, una sentenza definitiva che mette il carico da novanta sulla vicenda di Alessia Pifferi: 24 anni di reclusione per aver abbandonato la piccola Diana, appena 18 mesi, a una morte lenta e atroce nella sua stessa culla nel luglio del 2022. Un record di crudeltà che nemmeno la giustizia ha potuto ignorare, nemmeno dopo tutto il chiacchiericcio mediatico e le giustificazioni grottesche in cui qualcuno ha provato a intrupparsi.

I giudici della Prima sezione penale della Corte di Cassazione hanno finalmente calato il sipario su questo macabro spettacolo di negligenza e irresponsabilità, ritenendo Pifferi colpevole senza appello. Per chi sperava ancora in qualche “attenuante” o nei soliti giri di parole, beh, dovrà ricredersi: questa è giustizia di quelle inesorabili, dal sapore amaro ma fin troppo meritato.

Un caso che fa rabbrividire per la sua assurdità e insensatezza

Ora, mettiamo in chiaro una cosa: siamo di fronte a una madre che, dopo aver lasciato la figlia da sola a morire di fame e sete, ha accumulato una serie di scuse e mezze verità degne di un romanzo tragicomico. L’idea stessa che un genitore possa abbandonare un bambino di meno di due anni alla sorte nel mezzo dell’estate è già di per sé una pagina nera in qualsiasi manuale sull’umanità. Eppure, qualcuno ha cercato di dribblare, di giustificare, quasi che la povera piccola fosse un fastidio passeggero.

La realtà, tutta nuda e cruda, parla chiaro: una scelta consapevole, una responsabilità enorme e un dolore immenso. Eppure l’eco di questa sciocca tragedia ha riempito pagine e schermi, forse più per voyeurismo che per un reale desiderio di giustizia. Ora che però la parola “definitiva” sta più che mai scritta, si spera che questo capitolo si chiuda senza ulteriori patetiche speculazioni.

La Cassazione fa il suo dovere, ma la società dov’è?

Il verdetto della Cassazione arriva come un colpo secco: ventiquattro anni di carcere per una madre assassina. Ma domanda: dove era la società? Dov’erano i sistemi di controllo, le istituzioni, le reti di protezione che dovrebbero evitare che un bambino finisca immolato su un altare di negligenza? Per un attimo, stiamo parlando di colpe individuali, ovvio. Ma dietro ogni orrore del genere, c’è sempre un tessuto sociale che mostra piaghe irrimediabili.

Insomma, la giustizia punisce e fa bene. Ma la vera domanda resta sospesa nell’aria: cosa faremo per prevenire, per non ritrovarci a piangere altre Diana? Questa tragedia serva almeno a scardinare un sistema che sembra più interessato a processare che a proteggere. Magnifico.