Solo interni festeggia mezzo secolo con Unindustria e non ha ancora intenzione di mollare il colpo

Solo interni festeggia mezzo secolo con Unindustria e non ha ancora intenzione di mollare il colpo

Martedì 23 giugno 2026, presso la sacra dimora di Unindustria, durante una delle sue assemblee private che nessuno ha mai pensato di rendere pubbliche, si è svolta la cerimonia del prestigiosissimo Premio “50 anni e oltre con Unindustria. Per continuare insieme”: ovvero, l’epica celebrazione delle aziende pipistrello, cioè quelle che resistono ben salde nella lista degli associati da mezzo secolo o più. Festa grande, insomma, per la fedeltà immutabile all’associazione, che – diciamolo senza remore – deve proprio essersi annoiata a sfogliare elenchi per cinquant’anni filati.

Ovviamente, l’evento ha avuto l’onore di ospitare Roberto Gualtieri, il sindaco di Roma Capitale, che, tra un discorso tirato dritto come un monumento e un sorriso di circostanza, ha fatto capire quanto sia importante ricordare chi è sopravvissuto a tutte le crisi, guerre, difficoltà burocratiche e alle mirabolanti promesse di riforma del sistema industriale che, si sa, qui in Italia si sprecano come caramelle a Carnevale.

Naturalmente, non potevano mancare i discorsi pieni di retorica su quanto sia fondamentale “continuare insieme” e “fare sistema,” come se la storia industriale italiana fosse una favola dove tutto quello che serve è volersi bene e stringersi la mano a tempo. Nulla sul perché queste aziende siano sopravvissute, né sulle difficoltà reali affrontate, né tantomeno su come i veri ostacoli siano stati spesso le stesse associazioni “protettive” o i loro infiniti giri di burocrazia. Ma si sa, sarebbe brutto rovinare la festa con queste cose da “profani.”

La celebrazione di mezzo secolo… di sopravvivenza

È sempre affascinante come in occasioni simili si tenda a glorificare il tempo passato, come se la longevità da sola fosse sinonimo di eccellenza o innovazione. Cinquant’anni e oltre con Unindustria suona più come un’investitura a vecchio leone invece che una reale testimonianza di evoluzione o capacità imprenditoriale. Ma in Italia, si sa, il prestigio viene spesso dal non cambiare mai nulla. Chi osa innovare rischia solo di restare escluso dalla prossima cerimonia benedetta dal sindaco di turno.

Non abbiamo sentito citare neppure per sbaglio le perdite che la nostra industria ha subito negli ultimi decenni, come la fuga all’estero di molti settori, la crisi delle piccole e medie imprese o la qualità scadente della formazione professionale. Meglio senz’altro sorvolare e dedicarsi a regalare allori immaginari e strette di mano patinate, accompagnate da qualche applauso di circostanza.

Il paradosso dell’associazionismo celebrativo

Gualtieri ha detto:

“Celebriamo oggi un traguardo che esprime fedeltà e resistenza, ma soprattutto la volontà di non mollare mai, nonostante tutto.”

Un discorso nobilmente vago, perfetto per una platea di manager che probabilmente non vedono l’ora di tornare ai propri uffici e continuare a lamentarsi della burocrazia, della concorrenza spietata e, perché no, della sanità e dell’Europa. Ma ciò che sorprende è l’assenza totale di autocritica verso le stesse strutture associative che, spesso più che agevolare, sembrano frenare il progresso industriale italiano con la loro immobilità e la loro attitudine protettiva nei confronti di vecchi modelli economici.

Certamente, l’idea di “continuare insieme” ha un brillante suono, ma nella pratica sembra rimanere un’ammiccante formula di circostanza, un po’ come l’abito elegante di un politico durante una cerimonia, che non deve affatto risolvere i problemi ma solo mascherarli sotto il tappeto rosso.

Ultima riflessione amara, ma sincera

Il vero problema è che 50 anni di associazionismo industriale senza veri cambiamenti sono forse la testimonianza più spiazzante del nostro sistema economico: un eterno ritorno di vecchie conoscenze e compromessi. Non stupisce che l’Italia industriale brilli meno nelle classifiche internazionali, visto che, da decenni, le cerimonie si susseguono rigirando sempre lo stesso disco graffiato, premiando fedeltà e longevità più che innovazione e crescita.

In fin dei conti, applaudire queste aziende per la loro pazienza è certamente un gesto caritatevole, ma forse è ora di svegliarsi dal torpore e capire che la vera celebrazione dovrebbe essere dedicata a chi osa cambiare e portare l’industria italiana fuori dal limbo del “cinquantennio confortevole”.

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