Capodanno a Crans-Montana finisce in fiamme e Kean saluta il Niguarda dopo sette mesi: la sfida a colpi di ironia è servita

Capodanno a Crans-Montana finisce in fiamme e Kean saluta il Niguarda dopo sette mesi: la sfida a colpi di ironia è servita

Senza contare che il passaggio da una struttura ospedaliera all’altro tipo “rientro a casa” è sempre una promessa di nuove sfide. Dalla somministrazione dei farmaci, alla sorveglianza quasi h24, passando per quella fisioterapia che non è proprio una bella passeggiata domenicale. E qui, come al solito, si scopre la faccia meno rosea della realtà, quella dove il supporto manca, le risorse sono poche e le aspettative sono alte quanto la torre di Babele.

Dopo quasi sette mesi di inferno tra terapie intensive e un ospedale che sembra un soggiorno a tempo indeterminato, Kean – uno dei giovani sfortunati di Milano vittime della fatidica notte di Capodanno a Crans-Montana – ha finalmente ricevuto il lasciapassare dall’ospedale Niguarda. Eh già, l’epopea sanitaria è finita e il nostro eroe può finalmente tornare nel suo regno domestico, dove ovviamente lo aspetta un’accoglienza degna di un celebre reduce.

Un ritorno a casa che suona come un trionfo sul dolore ma che, in realtà, cela dietro l’angolo giorni, mesi e forse anni di riabilitazione. Perché tra cicatrici invisibili e ferite che il tempo fatica a rimarginare, la vera battaglia è tutt’altro che finita.

Un cammino estenuante dal trauma alla “normalità”

Non illudiamoci, il fatto che Kean sia uscito dall’ospedale non significa che la sua tragedia sia diventata un ricordo piacevole da raccontare ai nipoti. No, significa semplicemente che ha lasciato quel luogo ultra-high-tech e iper-clinico per affrontare la nebbia ignorante della vita quotidiana, fatta di fatica, fisioterapia e magari qualche lamentela da parte di chi ti sta accanto. D’altra parte, il dramma di una notte rimane lì, incastonato come una macchia indelebile.

Benvenuti nel mondo reale, dove la parola “guarigione” si declina in decine di variazioni e dove le cicatrici, più che rimarginare, continuano a ricordarti delle scelte sbagliate o delle circostanze sfortunate.

La magia della sanità italiana, o quasi

Un plauso, ovviamente, va al personale medico di Niguarda che ha fatto il suo dovere con dedizione e professionalità, trasformando un calvario lungo e doloroso in una resistenza quanto meno dignitosa. Però, fateci caso: “quasi sette mesi” in terapia intensiva e ospedalizzazione non sono mica bruscolini. Se questo è il biglietto da visita del nostro sistema sanitario, si potrebbe aprire un dibattito piuttosto interessante sull’efficienza. Ma forse è meglio riderci sopra, no?

Senza contare che il passaggio da una struttura ospedaliera all’altro tipo “rientro a casa” è sempre una promessa di nuove sfide. Dalla somministrazione dei farmaci, alla sorveglianza quasi h24, passando per quella fisioterapia che non è proprio una bella passeggiata domenicale. E qui, come al solito, si scopre la faccia meno rosea della realtà, quella dove il supporto manca, le risorse sono poche e le aspettative sono alte quanto la torre di Babele.

Un caso emblematico che fa riflettere

Il caso di Kean e degli altri giovani coinvolti nella tragedia di Capodanno resta un vivido esempio di come un attimo di sventura può trasformarsi in un’odissea. Sì, la cronaca nera riempie le pagine e fa audience, ma dietro quelle righe ci sono vite vere, storie complesse e un sistema che non sempre è all’altezza di chi, in fin dei conti, paga i conti di queste disavventure.

Se questi mesi infiniti ci insegnano qualcosa, è sicuramente la necessità di rivedere certe dinamiche, magari aumentando davvero i livelli di assistenza e di supporto, perché lasciare una persona a se stessa dopo una simile esperienza è un vero e proprio boomerang della società civile. Ma sappiamo, è più facile girarsi dall’altra parte e far finta di niente.

Nel frattempo, quindi, resta solo da augurare a Kean di trovare la forza per superare questo nuovo ostacolo chiamato “vita dopo il trauma” e a noi spettatori di questa tragicommedia quotidiana di non perdere la memoria di quanta fatica, spesso, si nasconde dietro un semplice “tornato a casa”. Perché, in fondo, la sanità italiana è un po’ come il treno in ritardo: tutti lo aspettano, pochi lo vedono arrivare puntuale.

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