L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, sembra, abbia deciso di dedicare un po’ di attenzioni investigative a due colossi del food delivery: Glovo e Deliveroo. I sospetti? Che le due aziende avrebbero vestito un abito un po’ troppo elegante e ipocrita, dipingendosi come modelli di etica e responsabilità sociale, ma senza che ciò rispecchiasse minimamente la realtà. Niente male, no?
Così l’Antitrust ha deciso di aprire le danze, lanciando istruttorie sulle società del gruppo Glovo (Glovoapp23 S.A., Foodinho S.r.l. e Glovo Infrastructure Services Italy S.r.l.) e su Deliveroo Italy Srl stessa. Insomma, un’occhiatina a quei codici etici e alle sezioni “chi siamo” dei loro siti web che, pare, mostrino un’immagine molto meno patinata delle condizioni reali dei lavoratori e del tanto decantato rispetto delle regole.
Forse sarebbe stata più sincera una pagina Facebook con il titolo «Sfruttiamo i rider, ma con stile». Perché, a quanto pare, il modello operativo e l’algoritmo che queste piattaforme usano per “gestire” i rider lasciano molto a desiderare, sull’etica e la legalità.
Come al solito, le due aziende si dicono pronte a collaborare con l’Autorità: Glovo è “pienamente conforme a tutte le leggi”, mentre Deliveroo è “convinta della correttezza delle proprie pratiche commerciali”. Che consolazione. È la solita tiritera di chi si sente dipinto come il modello del buon datore di lavoro solo perché l’Antitrust bussa alla porta.
L’avvocata Valentina Pepe, partner di Pepe e Associati, ci tiene a far sapere che questa inchiesta segue la scia di quanto già accaduto con l’affaire Armani. Una nuova puntata di “Guardie e ladri”, versione business etico simulato.
Chi paga il prezzo della finzione?
Nel frattempo, chi ci rimette davvero sono i rider, quel variegato esercito di giovani, spesso costretti a condizioni di lavoro che neanche nelle peggiori distopie. Enrico Francia, rider e sindacalista per Nidil Cgil, smonta la solita narrativa: la risposta delle piattaforme non è solo insufficiente, è semplicemente ridicola.
Dice Francia che se l’Antitrust e la procura di Milano hanno segnalato pratiche ingannevoli verso i rider e i consumatori, di trattare non si tratta affatto di una cortesia. Quel che emerge è un problema ben più profondo: con 30mila lavoratori che si muovono come pedine sotto l’occhio vigile di algoritmi che decidono salari, turni e quasi la loro stessa esistenza, aspettarsi un briciolo di umanità è come chiedere a un robot di leggere Tolstoj.
Un sistema che puzza di “socialwashing”
L’Antitrust parla chiaro: si tratta di “socialwashing”, quel fastidioso fenomeno attraverso cui un’azienda si dipinge pubblicamente come virtuosa senza che ci sia alcuna sostanza dietro. Vale a dire, tanta pubblicità al rispetto dei valori etici e, nella realtà, un sistema che calpesta le vite di chi lavora sotto di loro.
“Se fosse per loro, sarebbe un favore” sentenzia Francia a proposito della presunta volontà di trovare un accordo con i rider. La realtà è che sono obbligati: non un gesto di bontà, ma un obbligo morale e legale quasi dimenticato.
Il contorno delle tragedie umane
Questa indagine non arriva certo come un fulmine a ciel sereno: segue mesi di polemiche e il caso drammatico di Adnan Salah Elsayed, un rider morto sulla collina di Torino. Se mai aveste pensato che queste piattaforme agissero nel miglior interesse dei loro lavoratori, beh, potete ricredervi.
Il timore ora è che questi giganti del delivery facciano le valigie e lascino il campo, irritati da magistratura, Antitrust e sindacati. In effetti, l’addio di Deliveroo dalla Spagna è già realtà da anni, mentre Glovo è stata costretta ad assumere tutti i suoi rider nel paese d’origine, sempre la Spagna.
In Francia, il discorso sulla “tratta umana” ormai fa parte di un dibattito che fa tremare i polsi. Nel frattempo, Uber ha già chiuso il suo servizio di delivery in Italia, forse un segnale che qualcosa sta cambiando, almeno per chi si ostina a chiamarlo “lavoro flessibile”.
Il quadro normativo europeo aggiunge ulteriore pressione, ipotizzando una forma di subordinazione che potrebbe contribuire a far scappare le piattaforme in cerca di lidi più tranquilli. Non si dica che non ve l’avevamo detto: dietro la maschera della modernità ipertecnologica, il vecchio sfruttamento, mascherato da innovazione, è ben vivo e vegeto.



