Ambiente ed energia secondo l’Istat: la commedia continua con dati che raccontano un’altra realtà

Ambiente ed energia secondo l’Istat: la commedia continua con dati che raccontano un’altra realtà

Tra i big dell’Unione Europea, la solitaria Francia vanta il primato di conservare la maggior fetta di territorio agricolo, quasi un miracolo in questo circo di cemento. Nel frattempo, la Spagna, con la sua densità abitativa da deserto, vanta ben metà della sua superficie ricoperta da boschi, mettendo pure meno metri quadrati sotto la morsa dell’asfalto e del cemento rispetto a Germania e Italia, dove l’urbanizzazione avanza rispettivamente con quasi l’8% e il 6,5% del territorio preso in ostaggio.

E cosa alimenta questa trasformazione? L’eterna alchimia tra economia agricola che muta, la massa crescente di insediamenti produttivi e infrastrutturali che divorano spazio e la demografia ferocemente urbana: adesso più del 90% degli italiani si vuole soffocare dietro mura cittadine. Nel 1931, invece, un sorprendente 26,4% viveva ancora sparpagliato nelle frazioni comunali, lontano dal mitico caos cittadino.

I cambiamenti climatici: il nostro prezioso forno mediterraneo

Tra il 2006 e il 2023, mettendo a confronto il clima attuale con quello tanto amato 1981-2010, i 21 capoluoghi delle regioni italiane hanno accolto con entusiasmo l’aumento di giorni estivi — quelli con massime oltre 25°C, mica bruscolini — passati da 101 a 114. Le notti tropicali, quando manco il termometro riesce a scendere sotto i 20°C, sono cresciute ancora di più, da 38 a 49. Altro che refrigerio! Nel Mediterraneo, l’innalzamento della temperatura media annua è una star, +1°C (e più) tra Mar Tirreno e Adriatico, una vera formula per cucinare lentamente chi ci abita.

Nel 2024, se siete curiosi, il resto del mondo ha visto la temperatura al suolo salire di “appena” +0,7°C, mentre in Italia si è arrivati addirittura a +1,3°C e in Europa a +1,5°C — numeri da record inspiegabilmente più caldi tra il 2022 e il 2023, gli anni d’oro dei termometri impazziti. Ma la vera ciliegina sulla torta sono le isole di calore urbane: se pensavate che vivere in città fosse solo una questione di praticità, vi sbagliavate, è un vero forno a cielo aperto.

Guardando ai dati di quattro capitali europee, Roma brilla con un aumento medio di 3 gradi alla zona del Collegio Romano dagli anni ’80 a oggi. Non scherzano nemmeno Berlino, Madrid e Parigi, tutte con un sano innalzamento di circa 2 gradi, soprattutto negli ultimi 15 anni: un vero e proprio crescendo di sudore e disagio.

Acqua, acqua ovunque ma forse meno da bere

Parliamo dei deflussi idrici, quei numeri chiave che dovrebbero farci capire quanto il cambiamento climatico stia giocando con il ciclo dell’acqua, quella risorsa che ormai sembra essere un lusso per pochi.

Un secolo di dati sulle portate medie annuali dei fiumi più importanti d’Italia, raccolti alle loro foci, mostra finalmente qualche segno di vita: il Tevere e l’Arno sembrano rattrappirsi, limitando la propria portata. In compenso, il possente Po, grazie a una fortunata “regolazione” naturale dei laghi prealpini, riesce a mantenersi più idratato. Ma non illudiamoci troppo: le analisi stagionali mettono sul tavolo una realtà ben più amara, con magre estive sempre più drammatiche fin dalla loro apoteosi nel terrificante 2022.

Emissioni e gas serra: il controsenso italiano

Il colpevole numero uno nel cambiamento climatico è, come sempre, l’emissione di gas serra. In Italia c’è da mettere le mani avanti: il picco di emissioni di anidride carbonica equivalente è stato raggiunto nel lontano 2005, e da allora sono precipitate fino a quasi il 30% sotto i livelli del 1990. Evviva, troppa grazia! Ma analizziamo il dettaglio per godere dell’assurdità.

Dal 1990 al 2024, il peso delle emissioni industriali si è ridotto in modo sensibile, complice il declino di alcune attività obsolete e qualche investimento, qua e là, in efficienza energetica — un po’ come spegnere la luce quando non serve. Parallelamente, però, il settore terziario e i trasporti familiari hanno preso il loro posto nel pantheon degli inquinatori, mentre il riscaldamento domestico rimane stabile con una curiosa “forte riduzione” delle emissioni, malgrado i termosifoni accesi ogni inverno.

Per chi ama le comparazioni, la quota di emissioni delle famiglie italiane nel 2023 somiglia molto a quella delle altre grandi potenze europee, mentre la produzione elettrica rimane un capitolo tutto da scrivere — o da rivedere, possibilmente con meno fumo e più buon senso.

Come vediamo, in Francia la situazione è particolarmente “verde” grazie alla supremazia del nucleare, mica roba da poco, mentre in Spagna le emissioni sono “abbondantemente contenute” grazie a un mix tra rinnovabili e un modesto futuro nucleare che ha ancora qualcosa da dire (Figura 5, centro). Che meraviglia!

Questa discrepanza si riflette anche in termini di emissioni pro capite: Spagna e Francia sono lì a dimostrare che si può respirare meno smog e vivere meglio, con valori inferiori rispetto all’Italia e, soprattutto, alla superpotenza carbonara chiamata Germania. E, sorpresa delle sorprese, tutti e quattro questi eroi dell’ambiente emettono più CO2 di quanto producono internamente, perché evidentemente amano importare più brutti gas serra dall’estero di quanti escano di fabbrica (Figura 5, destra). Complimenti per la coerenza!

Il consumo di energia e la danza delle fonti

Nel 2025, l’Italia consuma un’energia pari a oltre nove volte quella del 1930. Un balzo quantomeno esagerato: da 15 a 140 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep), una crescita figlia delle “magiche” trasformazioni demografiche e produttive del Paese. D’altronde, nel 2025 si contano una volta e mezzo più persone e un PIL dieci volte più grande rispetto al 1931. Che sorpresa, i consumi aumentano in modo “proporzionale”.

Negli anni ’30, coal e legna facevano il bello e il cattivo tempo. Poi, dopo il silenzio della guerra, è il turno del petrolio, soprattutto durante il glorioso miracolo economico dal 1953 al 1973, quando i consumi si moltiplicano per sette. Le crisi petrolifere degli anni ’70? Solo scuse per abbandonare il nucleare nel 1987 e per accelerare la costruzione di gasdotti e centrali a gas. Eppure, fino a tempi recenti, il petrolio stava ancora là, primo della classe, mentre le rinnovabili erano invisibili: solo un modesto 7% nel 2005, passati a un più orgoglioso 21% nel 2024.

Il picco storico del consumo si raggiunge nel 2005 con 192 Mtep, il resto è discesa (tra difficoltà e trasformazioni) favorita da industria pigra, efficienza energetica miracolosa e inverni più “tiepidi” grazie al clima che fa il suo per non farci congelare troppo (Figure 6 e 7, sinistra). Tra le cifre di questa allegra festa del consumo europeo, l’Italia emerge come il fanalino di coda per consumo pro capite. Ovviamente perché ha meno bisogno di riscaldamento, come la Spagna, ma anche per un amore a tratti schizofrenico per il gas unito a rinnovabili mediocri ma in linea con la media europea (Figura 7, destra). Non dimentichiamo infatti che esprimiamo, con orgoglio, una delle dipendenze estere più marcate per l’energia.

La produzione elettrica: un romanzo tra carbone, petrolio e rinnovabili

Tra il 1924 e il 2024 la produzione di energia elettrica in Italia è passata da miseri 0,6 a ben 23,3 Mtep. Una crescita non da poco, che si riflette in un curioso mix di fonti: all’idroelettrico originario si aggiungono dal dopoguerra centrali termoelettriche a carbone e petrolio.

Nel 1973 il petrolio la fa da padrone, coprendo ben due terzi della produzione elettrica nazionale. Poi arriva il gas naturale, quello serio, che nel 2007 si porta a casa un incredibile 55% del totale. Nel 2024, le rinnovabili – che in fondo erano solo una speranza – coprono quasi la metà del fabbisogno elettrico. Entro il 2030, puntiamo a due terzi, a spese di gas e importazioni, che nel frattempo si fanno sentire con ben 4,8 Mtep (Figura 8).

Rifiuti: la grande illusione della circolarità

Nel 2024 la produzione di rifiuti urbani in Italia è stata di 508 kg per abitante, e chi si aspettava miracoli rimarrà deluso: siamo perfettamente in media con i tempi dell’Ue27. Tra il 1996 e il 2024, infatti, la produzione è aumentata dell’11,2%, ma fate festa per la gestione, che finalmente si avvicina a logiche meno medievali.

La discarica, prima protagonista indiscussa – piena all’83% –, si è ridimensionata fino a un dignitoso 15%, sotto la media europea. Nel frattempo, inceneritori marginali al 5% sono diventati la nuova moda arrivando al 18%, mentre riciclo e compostaggio sono passati da una miserabile quota del 6% al brillante 55% (Figura 9). Vogliamo applaudire?

Nei centri urbani, i rifiuti pro capite (546 kg nel 2024) diminuiscono lievemente, ma incredibilmente restano sopra la media nazionale. Contemporaneamente, la raccolta differenziata là dove dovrebbe trionfare è invece sotto di oltre 9 punti percentuali rispetto al resto del Paese. Nel grande teatro dell’ambiente la commedia prosegue senza fiato.

Dati e scenari: cresciamo, consumiamo, ma per fortuna il nostro territorio si espande di seconde case

Tra il 1931 e il 2025 la popolazione italiana è aumentata di quasi 20 milioni, un dettaglio di poco conto, mentre dopo la guerra la densità degli edifici è esplosa: da 140 a 575 per km2 nei centri abitati e da 2 a 9 per km2 nel resto del territorio. Non è solo crescita demografica, sia chiaro. È boom di seconde case da vacanza in regioni come Lazio, Campania, Basilicata, Sicilia e addirittura ancora di più in Sardegna. Insomma, mentre il resto del Paese lotta con energia e rifiuti, qualcuno costruisce il suo regno delle villette a prova di crisi. Inevitabile, no?