«Ascoltando le parole di Roberto Savi mi è subito salita un’indignazione da manuale. Poi, con un briciolo di freddezza, ho capito che non stava facendo altro che ripetere noiosamente quanto già raccontato nei processi. Ma l’operazione, ragazzi, è perlomeno sospetta». Così si apre la favola di Alberto Capolungo, presidente dell’Associazione vittime della Uno Bianca, figlio di Pietro Capolungo, ex carabiniere freddato nell’armeria di via Volturno a Bologna insieme alla titolare Licia Ansaloni. È il 2 maggio 1991, ma la riflessione sul perché quel delitto sia avvolto da un’aura di mistero non passa mai di moda. Secondo Savi, quella rapina era solo una copertura: «mio padre doveva essere ammazzato, lavorava per i servizi segreti, stava combinando qualcosa di losco». Ovviamente, si tratta di una palese bugia e il povero Pietro non era altro che un pensionato che preferiva zappare l’orto alle trame oscure.
Ma quella rapina mattutina nel cuore di Bologna? Un vero e proprio colpo di scena orchestrato, a quanto pare, per mettere una bella pezza su un’esecuzione dal sapore politico. La banda, infatti, si sarebbe servita di quel teatro criminale per celare moventi ben più inquietanti. I Savi, clienti dell’armeria, avevano acquistato della polvere da sparo lì, giusto dietro l’angolo, vicino al commissariato. E che sorpresa: i registri riportavano il nome di Roberto stesso. Qualcosa da nascondere? Per forza, hanno voluto lanciare un messaggio a chiunque pensasse di aver fiutato qualcosa.
E l’eroe di turno, Roberto Savi, sparava al mattino, rientrava a casa, e alle tre in divisa, come se niente fosse, era già di nuovo sul posto di lavoro. Con una coerenza da applausi. Ergo, le sentenze e gli ergastoli non bastano a placare questa sete di verità: ci vuole di più, un approfondimento di quelli che fanno onore ai drammi reali.
L’ombra dei servizi segreti e il mistero del terzo livello
Eh sì, perché a quanto sembra la storia della Uno Bianca non è solo una faccenda di rapine e omicidi “normali”. Parliamo di una stagione tragica e confusa, disseminata di delitti inspiegabili che vanno ben oltre il semplice guadagno economico: uccisioni di testimoni, militari, extracomunitari, con un senso? Zero. I carnefici sostengono di non essere né xenofobi né fascisti. Un bel dilemma, no? E se non possono essere scusati con motivazioni ideologiche o finanziarie, allora cosa li ha motivati? Magia nera? Scherzi dell’aldilà?
Ma il colpo di scena arriva quando vengono evocati i famigerati «servizi segreti di ogni corpo di polizia», citati da Savi che parla con la vaghezza di un romanziere alle prime armi. E poi c’è quel viaggio fantasma a Roma, mai documentato né realizzato, come un brutto episodio di una fiction di basso livello. D’altra parte, con furti, rapine e meticolosi turni al commissariato, quando avrebbe mai trovato il tempo di viaggiare puntualmente nella capitale? A meno che non sia dotato di un teletrasporto che gli sfugge a tutti noi.
Un cambio di strategia o solo un desiderio di uscire dall’ombra?
Dal suo arresto, e sono passati 32 lunghissimi anni, Roberto Savi aveva tenuto la bocca ben chiusa. Ma ora, improvvisamente, decide di scendere in scena per rilanciare una versione che sembra più un déjà-vu riscaldato. Cambiamento di strategia o tattica disperata? Non mostra nemmeno un minimo cenno di pentimento; anzi, sostiene di aver solo risposto al fuoco, dimenticando – parecchio comicamente – che erano sempre loro i primi a sparare, se non proprio lui in persona.
Forse, complice il nuovo fascicolo d’indagine che avanza come una minaccia, si è detto: “Perché non approfittarne per lanciare qualche messaggio cifrato o, chissà, tentare una marchesina sul patteggiamento?” Ma noi, familiari delle vittime, non siamo tanto convinti. Sappiamo bene che se ha qualcosa di serio da dire, la strada da percorrere è una sola: quella dei magistrati, non dei salotti televisivi o delle chiacchiere da bar.



