Tajani salva due eroi italiani bloccati in Libia e annuncia il loro ritorno in pompa magna domani

Tajani salva due eroi italiani bloccati in Libia e annuncia il loro ritorno in pompa magna domani

Che sollievo… o forse no. Antonio Tajani, il nostro sempre efficiente Ministro degli Esteri, ha annunciato con un entusiasmo quasi commovente la liberazione di Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, i due valorosi attivisti italiani della Flotilla tenuti prigionieri in Libia per un intero mese. Ovviamente, la notizia è stata lanciata con la stessa delicatezza di un post su X (ex Twitter) – perché cosa c’è di meglio che comunicare una cosa così seria come se fosse il menu del pranzo?

Non solo, nello stesso tragitto verso la libertà è stato recuperato anche Matias Alvarez Rodriguez, quel fortunato uruguaiano con doppia cittadinanza italiana che ha potuto contare su un’attenzione speciale da parte del nostro Consolato a Bengasi. Tutto molto romantico, se non fosse che sono stati intrappolati per 30 giorni senza che nessuno scuotesse veramente la poltrona.

Dunque, grazie a uno “sforzo diplomatico intenso,” coordinato con raffinata maestria fra il Ministero degli Esteri e il quartier generale di Palazzo Chigi, i prigionieri faranno il fiabesco viaggio di ritorno. Un applauso al personale della Farnesina e alla nostra intelligence che – a quanto pare – hanno fatto il loro dovere. Chi l’avrebbe mai detto?

Naturalmente, a chi si chiedeva se il governo stesse facendo abbastanza per i nostri stessi cittadini bloccati all’estero, arriva un consiglio dolce-amaro e un appello alla vigilanza: mobilitiamoci, ma soprattutto non dimentichiamo che «il governo faccia di più». Eh già, perché a sentire le dichiarazioni dei protagonisti, si direbbe che tutta questa “mobilitazione” è stata più che altro una danza diplomatica per apparire impegnati – tanto per cambiare.

La solita telenovela della politica estera

Non è un segreto che i casi di attivisti trattenuti in paesi ostili diventino quasi un gioco di prestigio per i governi: tanto clamore sui media, qualche apparizione trionfante quando finalmente si sbloccano le situazioni e, poi, il silenzio fino al prossimo dramma. Nel frattempo, però, ci si diletta con dichiarazioni roboanti che sembrano studiate in laboratorio, come se la libertà umana fosse una medaglia da mettere al petto sul palcoscenico internazionale.

Il bello della storia, poi, è che questi attivisti vengono definiti eroi – giustamente –, ma la macchina dello Stato fatica a degnarli di attenzione tempestiva. È un po’ come se i sacramenti della diplomazia si limitassero a qualche tweet retorico e a un po’ di carte scricchiolanti negli uffici, mentre i giorni passano, le persone soffrono e l’opinione pubblica si districa tra calcoli di interesse e pura indifferenza.

Chissà, forse se i nostri attivisti fossero stati superstar del calcio o della musica, la questione avrebbe avuto tutt’altro trattamento mediatico e politico. Invece, nella complicata arena dell’attivismo e della diplomazia italiana, la prigionia diventa un po’ come una parentesi riempita da qualche like e un botta e risposta nei corridoi di Governo.

Una liberazione annunciata (e ritardata)

Il fatto che questa liberazione sia stata definita «finale» e «attesa» la dice lunga sul sistema complessivo dell’azione diplomatica italiana. Un sistema che – purtroppo – sembra manifestare la propria efficienza solo quando la pressione mediatica diventa insopportabile. Speriamo solo che questa volta la storia possa insegnarci qualcosa e non resti solo l’ennesimo episodio da archiviare sotto la voce “missione compiuta”, con buona pace degli sforzi reali che forse, chissà, si potevano evitare o almeno accelerare.

Nel frattempo, non resta che osservare con sguardo impassibile mentre i protagonisti della vicenda tornano a casa – giustamente – accolti da applausi e discorsi di circostanza, mentre dietro le quinte il gioco sporco delle alleanze e delle incapacità continua a tessere la sua rete invisibile.

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